Schede formazione Aggregati

PROPOSTA di SUGGERIMENTI PER L’ACCOGLIENZA DI AGGREGATI – PREASPIRANTATO da SPERIMENTARE

1) PREMESSE
Dallo Statuto (2.7.1) GLI AGGREGATI. Sono le persone che, venendo a contatto con qualche membro della Comunità ed esprimendo il desiderio di iniziare o rafforzare il loro rapporto con Dio, sono invitati a cercare il Signore attraverso la lettura del Vangelo di Marco e dei Salmi. Sono guidati singolarmente o a piccoli gruppi da consacrati incaricati dal responsabile di Cenacolo (o di Delegazione), con frequenza almeno quindicinale. E’ bene che questo periodo sia breve (6 – 12 mesi).

2) INDICAZIONI PER L’INCARICATO 
1. L’incaricato è chiamato ad esprimere la carità che soccorre la povertà di vita spirituale, che provvede al cibo essenziale dell’uomo che è la Parola di Dio, la Parola del Vangelo (cfr Am 8,12). 2. Gli aggregati sono spesso persone che non hanno ancora coltivato una vita spirituale. Si offrirà loro un primo contatto col Vangelo, cercando di stabilire un rapporto umano: in un clima di amicizia, di ascolto e di conoscenza reciproca, si proporrà la lettura di un Vangelo, di norma quello di San Marco, un capitolo o metà capitolo. Secondo l’opportunità, si potranno premettere i brani dei Vangeli della risurrezione. Inoltre, per mantenersi in sintonia con i tempi liturgici, nei periodi “forti” (Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua) si potrà dare attenzione alle letture indicate dalla Chiesa. La riflessione sul Vangelo metterà in luce il kerigma, cioè l’annuncio fondamentale della Buona Notizia di Gesù, accogliendo il quale è possibile una vita di fede e di rapporto con Dio. 3. Quando l’incaricato lo riterrà opportuno, potrà proporre di accompagnare la lettura con la preghiera, facendola precedere o seguire dalla recita di un Salmo. Ci si introdurrà così nell’altro libro centrale della Sacra Scrittura che è il libro dei Salmi. Un Salmo potrà essere scelto ogni volta dall’incaricato, tra quelli che si ritengono più belli (138, 39, 142, 94, 118…) e/o collegati al Vangelo che si legge. 4. In prossimità dell’ingresso in aspirantato è opportuno spiegare il brano di Is 55,6-11. 5. L’incaricato negli incontri potrà fare riferimento, secondo l’opportunità e il bisogno, ad argomenti fondamentali di dottrina cristiana, di formazione umana e morale, attingendo da:

  • Catechismo della Chiesa cattolica
  • Catechismo degli adulti
  • Catechismo dei giovani
  • Documenti del Concilio Vaticano II
  • Lettera enciclica “Veritatis splendor” di Giovanni Paolo II 6.8.1993
  • Cassette e libri di p. Andrea Gasparino:
    - “Formazione alla gioia”
    - “Il dialogo”
    - “Etica sessuale” (testo con audiocassette), …
    Per la formazione dei giovani il Comitato apposito può fornire dei testi.

3) SVOLGIMENTO DELL’INCONTRO
Preghiera iniziale Recita di un Salmo con la ripetizione libera di versetti Lettura del brano di Vangelo, eventualmente con una breve introduzione, e poi alcune spiegazioni dell’incaricato Breve tempo di silenzio Dialogo con sottolineature, riflessioni, domande e risposte. Gli aggregati sono invitati a parlare liberamente, ad esporre le loro difficoltà, situazioni concrete, ecc. L’incaricato cercherà di individuare su che cosa è più necessario soffermarsi, ascoltando e rispondendo alle domande, raccogliendo i desideri, e cercherà altresì di portare il dialogo sul testo del Vangelo, per trovare dal Signore risposte e indicazioni Intenzioni libere di preghiera, Padre nostro

4) RIFLESSIONI-GUIDA di carattere generale, che è opportuno siano acquisite dagli incaricati, per un “comune sentire”:

  • Il Vangelo di San Marco
  • L’ascolto della Parola di Dio nella Sacra Scrittura
  • “Convertitevi e credete”
  • Nei nostri incontri è presente il Signore
  • La preghiera dei Salmi
  • “Cercate il Signore mentre si fa trovare”

RIFLESSIONE - GUIDA N. 1 - IL VANGELO DI SAN MARCO

La scelta del Vangelo di San Marco come primo testo da ascoltare è stata fatta fin dall’inizio nella Comunità perché esso, “l’Evangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”, è stato scritto proprio per trasmettere il primo annuncio del kerigma: in Gesù si è compiuta la salvezza di Dio. Lo ha scritto San Marco, riportando l’insegnamento orale dell’apostolo Pietro, di cui era “interprete” nella città di Roma e discepolo fedele. In questo libro dell’Evangelo si trova la predicazione e i principali fatti della vita di Gesù di Nazareth, dall’inizio della sua missione in Galilea, verso l’anno 30 dell’era cristiana, alla sua morte in croce, avvenuta tre anni dopo, ed alla sua risurrezione e ascensione al cielo. Una domanda ricorrente percorre l’intero Evangelo di Marco: chi è Gesù di Nazareth? Un grande profeta? Un testimone di Dio che parla in suo nome? Un taumaturgo che compie opere sorprendenti? L’interrogativo che i contemporanei di Gesù e milioni di uomini e donne si sono posti in questi duemila anni di storia, trova nell’Evangelo di Marco una chiara e precisa risposta: GESÙ CRISTO È IL FIGLIO DI DIO, FATTO UOMO, CHE RISORGENDO HA VINTO LA MORTE E DONA A CHIUNQUE CREDE IN LUI LA VITA ETERNA. Nessuna notizia è più sorprendente di questa: Dio stesso ci è venuto incontro personalmente, si è fatto uno di noi, è stato crocifisso, è risorto e chiama tutti a partecipare alla sua stessa vita per sempre. In quest’affermazione è contenuta la professione di fede dei cristiani, l’annuncio che ha cambiato l’esistenza di tantissime persone in ogni tempo e in ogni luogo della terra (da “Il Vangelo in ogni casa” di Giovanni Paolo II, 25.12.1996, Not. 58 pag.7).

RIFLESSIONE - GUIDA N. 2 - L’ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO NELLA SACRA SCRITTURA

Gli aggregati sono stati accolti ed invitati ad un incontro di preghiera attorno alla mensa della Parola di Dio, per ricevere nutrimento per la propria vita di fede. Dio parla agli uomini per entrare in dialogo con loro e perché entrino reciprocamente, con verità, in dialogo fra di loro. La Sacra Scrittura ha lo scopo di farci entrare in comunione con Cristo e di edificare la comunità cristiana. La lettura in comune della Scrittura offre la possibilità di comprendere meglio la Parola di Dio. Il dialogo sulla Bibbia è sforzo per ascoltare attentamente e per riconoscere il messaggio di Dio per la propria vita. Può ritornare utile riflettere sulla traccia, riportata in calce, di sette tappe per la meditazione biblica comunitaria, per coglierne lo spirito (Da “Alla scuola della Parola di Dio” di Mons. Egger, Not. 25 pag. 5). Un esempio di proclamazione comunitaria della Parola di Dio si può trovare nell’Antico Testamento in Ne 8,1-12. Nel prendere in mano il libro della Sacra Scrittura per l’ascolto del Vangelo, verrà da sé l’esigenza di spiegare che cos’è la Sacra Scrittura, di dire qualcosa della sua unità, la sua composizione di libri, il suo contenuto di rivelazione di Parola di Dio: “La Bibbia non è un libro ma una biblioteca, meravigliosamente concorde e coordinata, senza dubbio, ma dove ogni libro ha la personalità, la tonalità insostituibile d’uno strumento individuale nella grande sinfonia” (da L. Bouyer, Introduzione alla vita spirituale, pag. 64). Si dirà che cos’è il Vangelo (parola derivante dalla lingua greca che significa Buona Notizia) nella Sacra Scrittura, nel Nuovo Testamento. Ci si può servire, per prepararsi a questo, di testi fondamentali sulla Rivelazione come la Dei Verbum, del Catechismo della Chiesa cattolica sez. 1 capitolo 2, del Catechismo degli adulti capp. 2 e 3, delle introduzioni della Bibbia di Gerusalemme. Successivamente, forse in corrispondenza della lettura del capitolo 4 del Vangelo di Marco, si può parlare più diffusamente del valore spirituale dell’ascolto della Parola di Dio, andando a leggere il brano di Deut 6,4-9. Nella vita spirituale colui che prende l’iniziativa è sempre il Signore, è Dio che, attraverso la sua Parola, si rivolge per primo a noi, si presenta e ci chiama ad un rapporto impegnativo e liberante. “Ascolta… il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Amerai…”: chi riceve la Parola del Signore si sente interpellato personalmente a dargli la sua attenzione, a ricevere una conoscenza e un’azione che trasforma e porta ad un cammino di amore. Dobbiamo sentirci di fronte al Signore che si comunica a noi, che ci parla. Ci è richiesto un certo silenzio interiore, un certo raccoglimento per vivere questa attenzione ad una parola che ci è comunicata. Silenzio e raccoglimento in vista però di un ascolto. E questo implica prima di tutto una fede viva in Dio che è presente, che si comunica. La nostra vita non potrà essere che una risposta ad una sua parola, il compimento di una sua volontà, di un suo comando. La parola “ascolta” non solo dice che il fondamento di tutta la nostra vita religiosa è la fede, che dona all’anima la capacità di ascoltare e la mantiene in un’attenzione umile a Dio, ma dice anche che la nostra vita spirituale è in dipendenza da una vocazione divina che riceviamo. E da Cristo abbiamo ricevuto la capacità di rispondere. La legge e l’Antico Testamento danno a noi, come ad Israele, la consapevolezza del nostro peccato; Cristo ci dà la grazia di fare quanto la legge prescrive. Dio parlandoci ci genera come figli; nel parlarci ci dona il suo Figlio che è la Parola e ci unisce al suo Figlio, alla sua perfetta obbedienza, ad amare come Lui ha amato il Padre e per Lui i fratelli. La risposta dell’uomo a Dio è la preghiera (dal Vademecum della CFD, pag. 42). “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare…” (2Tim 3,14-16). C’è un’unità complessiva della Sacra Scrittura, perciò va ascoltata tutta, così come Dio e l’autorità dei nostri padri nella fede l’hanno consegnata a noi: questa è la prima grande obbedienza da dare al Signore. In una lettura completa non bisogna cercare di capire tutto, ma piuttosto di ascoltare in un atteggiamento di preghiera: accogliendo la presenza personale del Signore e cercando di imprimere nella memoria del cuore i suoi messaggi, i suoi ammonimenti (da “L’unità di tutta la Bibbia”, om. 8.5 e 24.6.91, Not. 32 pag. 8) La lettura completa, in modo continuo, del Vangelo permette di avere una visione d’insieme dell’annuncio e del suo contenuto. E’ una lettura attenta, in cui si cerca prima di tutto di capire il senso letterale ed immediato del testo, si cerca di riflettere sul succedersi degli avvenimenti e sugli insegnamenti contenuti (“ciò che dice”). In seguito ci si aiuterà a chiedersi quali parole ed inviti ci sta rivolgendo il Signore, che cosa vuole da noi (“ciò che mi dice”). Seguirà la preghiera (“ciò che io dico”), espressa da alcune intenzioni libere, nella conclusione dell’incontro. Si può anche vedere: “Cominciando l’ascolto del Vangelo”, dall’om. 8.6.87, Not. 19 pag. 8. Ci si può fare aiutare, nella lettura del Vangelo, di preferenza dai commenti dei Padri della Chiesa. I principali commentatori del Vangelo di San Marco sono: Beda il Venerabile e Girolamo. Si segnalano anche i commentatori degli altri Vangeli:

  • per il Vangelo di San Matteo, Cromazio e Giovanni Crisostomo
  • per il Vangelo di San Luca, Ambrogio e Origene
  • per il Vangelo di San Giovanni, Agostino e Gregorio Magno.

Traccia di sette tappe per la meditazione biblica comunitaria

RIFLESSIONE - GUIDA N. 3 - “CONVERTITEVI E CREDETE”

L’invito che scaturisce dall’ascolto del Vangelo, e pertanto dagli incontri sul Vangelo, è quello espresso dalle stesse parole del Signore: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). Si può dire che nella conversione è compresa la preghiera, che è suscitata come un immediato bisogno di rispondere a Dio che ci ha parlato e ha agito per noi, e il cambiamento della mentalità e della vita. Ma il primo atto della conversione può essere inteso come un “volgersi” alla persona di Gesù e a Lui credere. Credendo in Lui, s’intraprende con Lui un cammino di ritorno a Dio, di allontanamento e di distacco dal peccato, per fare la sua volontà e vivere la sua stessa vita. “…Preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri…” (Mc 1,3): questo è in sostanza l’annuncio del primo capitolo del Vangelo di Marco. Si tratta di aderire a Gesù risorto, come Luce che si è esposto alle tenebre del mondo per vincerle colla sua morte e per illuminare me: “Quello che vivo nella carne, lo vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me”. Il cambiamento della nostra vita è conseguente alla fede, al riconoscimento dell’assoluto di Dio. Ora e qui la mia vita deve essere umile, nascosta, raccolta dalla dispersione, così che tutti gli eventi e i momenti diversi non mi sottraggano dal mio impegno primario e continuamente attuale: rimanere in Cristo, ovunque mi trova, in qualsiasi occupazione e in ogni mio atto (da “Convertitevi e credete al Vangelo”, lett. Quar. ’89, Not. 24 pag. 3).

RIFLESSIONE - GUIDA N. 4 - NEI NOSTRI INCONTRI È PRESENTE IL SIGNORE

L’incontro è un momento di preghiera, in cui il Signore è presente, ci s’incontra per Lui: inizia e termina con la preghiera e con il Segno della croce; si cerca di educare ad un certo raccoglimento, a non sovrapporre discorsi o interessi estranei durante il tempo tra le due preghiere iniziale e finale. Un altro segno della presenza del Signore nella sua Chiesa è che gli incontri e la preghiera, per quanto informali, sono guidati dall’incaricato. Pertanto, accettando di condividere con altri la lettura del Vangelo, fra le prime verità da avere presenti e da proporre c’è la seguente: “Dove due o tre sono riuniti nel mio Nome Io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). “… Nel mio Nome” La preghiera non è mai esclusivamente, né prevalentemente nostra; poiché, come “non c’è altro nome nel quale si debba essere salvati” (At 4,12), così “non c’è altro mediatore fra Dio e gli uomini se non l’uomo Cristo Gesù” (1Tim 2,5). Ogni preghiera, perciò, sale a Dio mediante Lui, che “sempre vive per intercedere per noi” (Eb 7,5), e si appropria di ogni nostra necessità, di ogni nostro gemito, di ogni nostra lode, e ogni benedizione scende da Dio mediante Lui. È di Cristo, dunque, assai prima e più che nostra, ogni nostra domanda e ogni nostra offerta: inclusa nel suo mistero pasquale, che tutto assume e in cui tutto si risolve. È Cristo che raccoglie nelle sue mani la nostra povera e misera preghiera, e, purificandola, la rende degna di essere presentata al Padre. Occorre, dunque – per pregare “in verità” – “disappropriarsi” della preghiera, vale a dire non chiuderla nel nostro sentire e non strumentalizzarla alla nostra esperienza, che noi possiamo ritenere “spirituale”. Se dimenticassimo la presenza fondamentale di Gesù, la preghiera rimarrebbe piena di noi stessi, sarebbe parlare con noi stessi, quindi non sarebbe più preghiera. “… Dove sono due o tre riuniti…” La preghiera può essere, secondo il Nuovo Testamento: - strettamente personale (“tu, quando preghi…”, Mt 6,6); - di qualche fratello insieme (“dove sono due o tre riuniti nel mio nome…”, Mt 18,20); - di tutta la comunità (“erano assidui…”, At 2,42.46). Sono modi diversi, sempre nell’unica mediazione e nell’unico mistero del Cristo, di diversa intensità ed efficacia, di comunicare con Dio. A ciascuno di essi corrisponde una particolare benedizione, e ciascuno deve realizzarsi con particolare impegno. Quando “due” domandano qualche cosa insieme, devono farlo con intima pace e profondo accordo, e il Signore promette l’esaudimento del Padre, garantito dalla sua presenza fra loro. È fondamentale la preghiera personale ma è fondamentale anche la preghiera di pochi, vale a dire l’unione di poche voci in un’unica supplica, la preghiera fatta insieme con i fratelli, di una piccola comunità nella comunità. Non è ancora la grande preghiera della Chiesa, ma la preghiera di pochi. La clausola perché la preghiera sia vera è quella di avere un’unità di pensiero, una pace, una comunione reale, una disponibilità nei confronti del Signore. Là dove queste cose vengono a mancare, il Signore non si fa presente. Dobbiamo imparare a portare il Signore, la presenza divina in tutti i momenti della nostra vita, nei nostri incontri fraterni anche non strettamente di preghiera, con un momento di preghiera o semplicemente con un segno della croce. Il fatto di richiamare col desiderio la presenza di Gesù in mezzo ad una piccola comunità è molto valido, perché Gesù realmente si fa presente se è desiderato (da “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome” di don Umberto Neri, Not. 45 pag. 33)

RIFLESSIONE - GUIDA N. 5 - LA PREGHIERA DEI SALMI

La conversione a Dio si esprime, come un rapporto nuovo o ritrovato con Lui, nella preghiera. Soltanto dopo l’ascolto può venire la preghiera, soltanto se siamo chiamati possiamo osare presentarci e rivolgerci a Dio. L’iniziativa proviene dal Signore, il suo parlare è rivelazione, e non soltanto rivelazione, ma azione, creazione di eventi, pertanto la Parola di Dio precede ogni azione umana. Solo dopo che Egli si è rivolto a noi, solo dopo che lo abbiamo lasciato parlare ed ascoltato, possiamo noi parlargli, rivolgerci a Lui trovando le parole adatte, rispondergli. La nostra preghiera è risposta, offerta della nostra disponibilità, richiesta che compia quello che ci ha detto, quello che vuole da noi, presentandogli, con fiducia e abbandono filiale, la nostra situazione e la nostra necessità. La vita del credente, del cristiano è essenzialmente preghiera, non atto che realizza qualcosa, ma atto che implora l’intervento ultimo di Dio. Ed è Dio stesso che c’insegna a pregare, che suscita, suggerisce e mette nella nostra bocca le parole da dire. Nel Vangelo Gesù ci ha insegnato a pregare consegnandoci il “Padre nostro” e così il suo stesso rapporto con il Padre celeste. Ma il Padre nostro si può dire una sintesi dei Salmi, che hanno riempito per secoli l’attesa orante della venuta del Salvatore, lungo la storia vissuta dal popolo ebraico. Essi hanno accompagnato la vita terrena di Gesù e la Chiesa li ha assunti, continua a pregare con i Salmi. Occorre dire che cosa sono i Salmi all’interno della Sacra Scrittura, libro privilegiato di preghiera per Israele, per Gesù, per la Chiesa. Per prepararsi ci si può servire di quanto è detto in proposito nell’Introduzione alla Liturgia delle ore, del Catechismo degli adulti cap. 25 n. 959. Ci si può servire anche delle brevi spiegazioni che accompagnano il salterio corale nel testo “I Salmi preghiera cristiana”, Ed. del deserto. Noi non “sappiamo cosa sia conveniente domandare nella preghiera” (Rom 8,26): per questo ci facciamo aiutare dalle parole che Dio stesso ha ispirato ai suoi profeti. I Salmi sono preghiere rivolte a Dio e cantate da tutto il suo popolo. Sono preghiere cantate, cioè non sono recitate semplicemente con le labbra, ma in essi l’uomo si coinvolge completamente con la sua emotività, la sua fantasia, la sua immaginazione, con tutto se stesso. Anche se i Salmi si riferiscono ad avvenimenti di millenni fa, sono ancora attuali. Per questo dobbiamo conoscerli e recitarli non come si recita una preghiera antica, ma come la preghiera della Chiesa, popolo di Dio in cammino, come la preghiera di ciascuno di noi. Sono i Salmi che c’insegnano cosa la Chiesa e i fedeli devono chiedere al Signore, cosa devono desiderare e cosa devono sperare. A noi uomini di oggi i Salmi possono insegnare a leggere l’opera di Dio nel mondo, come espressione della vicinanza e dell’amicizia del Signore con le sue creature, a leggere in profondità il cuore dell’uomo, per ricondurre ogni gioia ed ogni difficoltà alla fiducia e alla speranza di chi crede in Dio, a leggere la storia di un popolo per scoprire in essa la realizzazione del progetto di Dio che, attraverso gli Ebrei, chiama alla salvezza tutti gli uomini. Pregando con i Salmi, impariamo a leggere l’opera di Dio non solo nell’Antico Testamento, ma anche nella nostra vita, nella nostra famiglia. I Salmi c’insegnano a leggere in profondità il cuore dell’uomo e quindi a capire meglio noi stessi, quelli che ci vivono accanto. Ci aiutano a comprendere meglio le difficoltà, e a viverle con fiducia nell’intervento di Dio e con speranza in Lui (da una scheda divulgata in una parrocchia di Bologna). Per la nostra preghiera possiamo scegliere i Salmi o i versetti di Salmi che ci sembrano esprimere meglio quello che vogliamo dire al Signore. A volte non siamo noi a sceglierli, ma ci sono indicati dalla Chiesa, oppure scegliamo un Salmo ma ci troviamo a dire alcune frasi od espressioni che in quel momento non pensiamo. Ad esempio, siamo piuttosto tristi, abbiamo dei problemi personali e in quel momento il Salmo ci fa dire: “La mia anima esulta di gioia!”. Quindi sentiamo la preghiera piuttosto difficoltosa, non la sentiamo molto vera per la nostra vita. Noi dovremmo capire che la nostra preghiera, il nostro pregare è semplicemente dare voce a Cristo che prega, soprattutto nei Salmi non siamo noi che eleviamo a Dio quello che sentiamo, ma è Cristo che usa noi stessi per pregare, per parlare con Dio Padre, perché Cristo è colui che gioisce con quelli che sono nella gioia, che soffre con quelli che soffrono: in quel momento noi siamo mediatori attraverso Cristo per tutto il genere umano, per tutta la creazione. Possiamo allora, a maggior ragione, proclamare quelle parole con perfetta adesione della nostra mente e del nostro cuore (da “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome” di don Umberto Neri, Not. 45 pag. 33).

RIFLESSIONE - GUIDA N. 6 - “CERCATE IL SIGNORE MENTRE SI FA TROVARE”

In prossimità dell’aspirantato è bene soffermarsi sul brano di Is 55,6-11 che è proclamato nel Rito d’ingresso nel tempo dell’aspirantato, da cui le domande rivolte al candidato:

  • Vuoi cercare il Signore nella certezza che Egli si lascia trovare?
  • Vuoi cercarLo sulla via della preghiera?
  • Vuoi cercarLo nell’ascolto della sua Parola?
  • Vuoi accettare un aiuto fraterno nel suo Nome?

A questo punto del “gruppo di Vangelo” non ci sarà forse bisogno di dire tanto per esporre questi passaggi, che già indicano l’orientamento spirituale dei membri della Comunità: seguire il Signore nell’ascolto della sua Parola, nella preghiera, nella vita comunitaria. Nella tradizione profetica la ricerca del Signore è presentata come un atto molto concreto: è andare al Tempio, pregare e offrire sacrifici. Nella condizione di esilio in cui si trovavano gli israeliti al tempo in cui fu scritto il Secondo libro di Isaia (40-55), la ricerca del Signore è l’obbedienza: l’accoglienza della sua promessa di donare un meraviglioso ritorno in patria e con esso una vita nuova nel suo Spirito, quindi essere pronti a partire da un momento all’altro, per ritornare nelle proprie case e nella Casa di Dio, sotto la sua benedizione. Il Signore avrebbe creato le condizioni per il ritorno a Gerusalemme, per attendervi la beata speranza della venuta del suo Messia. Era accaduto anche agli ebrei schiavi in Egitto: “Ecco in qual modo mangerete l’agnello: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. E’ il passaggio del Signore” (Es 12,11). Il ritorno in patria voleva dire impegnarsi in un cammino sconosciuto, lasciare le comodità per andare ad affrontare fatiche di cammino, di guerre, di ricostruzione. Anche Gesù nel Vangelo invita tutti a “vigilare”, a stare spiritualmente sempre pronti ai cenni della sua volontà. Questo significa dare fede alla sua Parola che sicuramente si realizzerà, come e quando Egli vuole, ma attraverso di noi, della nostra attesa, della nostra preghiera affinché si realizzi. Le nostre misure di comprensione sono sproporzionate, il Signore ci supera sempre essendo Egli il Creatore del cielo e della terra, il Signore della storia e degli eventi. Le sue vie e i suoi pensieri non sono chiari a noi uomini, che perciò dobbiamo dargli obbedienza, con fede. L’empio è colui che non crede, vive senza Dio, percorre le sue vie sbagliate e pensa con i suoi pensieri non illuminati. Ritornare al Signore comporta la fatica di fondare la nostra vita sulla fede che tutte le promesse di Dio si realizzano, perché dettate dal suo amore. E per noi molto si è già realizzato, perché il suo Verbo si è fatto carne, è disceso dal cielo, ha posto la sua dimora fra di noi, e vi è ritornato dopo avere amato, fino alla fine, i suoi che erano nel mondo, dopo avere perfettamente compiuto l’opera che il Padre lo aveva mandato a fare. Cristo ha aperto per noi il tempo della grazia, il giorno della salvezza, che precede il suo glorioso ritorno per portarci con Lui (2Cor 6,1) (da “Cercate il Signore mentre si fa trovare”, om. 10.11.1986, Not. 17 pag. 6).
“Cercate…”, l’invito è rivolto al plurale, anche se poi deve precisarsi in una verifica strettamente individuale: “L’empio abbandoni le sue vie, l’uomo iniquo i suoi pensieri”. La vocazione personale s’innesta nella vocazione e nella salvezza di altri. Per il fatto che hai saputo che il Signore agisce in te e hai risposto, sei chiamato ad aiutare altri a rispondere. Quando una persona si avvicina al Signore, si accende una luce nel suo cuore, ma possono sorgere tante difficoltà a scoraggiarlo. Bisogna difendere la grazia di Dio, standogli vicino, per esortarlo, sollecitarlo a proseguire, indicargli le mete di un cammino meraviglioso che comporta la fatica dell’impegno, della fedeltà, della costanza. La chiamata è personale, ma ognuno deve avere vicino a sé dei fratelli che sollecitino la sua risposta sempre più generosa. La comunità accoglie l’impegno stabile di ogni persona a servire il Signore e ha il compito di sostenerlo, di farlo crescere continuamente con degli scatti in avanti, singolarmente e famiglia per famiglia. L’assistenza della comunità ci supera e ci sostiene tutti. Nella comunità c’è una vigilanza reciproca e una preghiera che garantisce il cammino di ciascuno, anche nei momenti in cui non si riesce a pregare, quando ci sono delle prove da portare, anche al di là della morte. Nella comunità è presente il Signore. Noi dobbiamo rispondere aiutando a rispondere altri fratelli che si sono svegliati alla vita di fede, anche se sentiamo la nostra povertà. Siamo in una situazione simile a quella degli israeliti che si accingevano a ritornare dal secondo esilio: il Signore agiva in loro non provvedendoli subito di tutto, ma donando loro la speranza. Non erano che un pugno di esuli in un paese straniero, esternamente poveri, eppure il Dio della gloria dimorava nel loro cuore e nel loro stare insieme, e li muoveva solidali per andare a ricostruire la santa città e il Tempio (da “L’aiuto fraterno”, om. 30.11.90, Not. 30).

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