4° incontro

- Dal CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA (nn. 2006-2008)

Il merito

Il termine “merito” indica, in generale, la retribuzione dovuta da una comunità o da una società per l’azione di uno dei suoi membri riconosciuta come buona o cattiva, meritevole di ricompensa o di punizione. Il merito è relativo alla virtù della giustizia in conformità al principio dell’eguaglianza che ne è la norma.

Nei confronti di Dio, in senso strettamente giuridico, non c’è merito da parte dell’uomo. Tra lui e noi la disuguaglianza è smisurata, poiché noi abbiamo ricevuto tutto da lui, nostro Creatore.

Il merito dell’uomo presso Dio nella vita cristiana deriva dal fatto che Dio ha liberamente disposto di associare l’uomo all'opera della sua grazia. L’azione paterna di Dio precede con la sua ispirazione, mentre il libero agire dell’uomo viene dopo nella sua collaborazione, così che i meriti delle opere buone devono essere attribuiti innanzi tutto alla grazia di Dio, poi al fedele. Il merito dell’uomo torna, peraltro, anch’esso a Dio, dal momento che le sue buone azioni hanno la loro origine, in Cristo, dalle ispirazioni e dagli aiuti dello Spirito Santo.

SESTO COMANDAMENTO “NON COMMETTERE ATTI IMPURI - NON COMMETTERE ADULTERIO”

(prima parte)

La Tradizione della Chiesa ha considerato il sesto comandamento come inglobante l’insieme della sessualità umana. “Maschio e femmina li creò...” (Gen 1,27)

“Dio è amore e vive in se stesso un mistero di comunione e di amore. Creandola a sua immagine ... Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione” (GIOVANNI PAOLO II, Esort. ap. Familiaris consortio, 11).            

La sessualità esercita un’influenza su tutti gli aspetti della persona umana, nell’unità del suo corpo e della sua anima. Essa concerne particolarmente l’affettività, la capacità di amare e di procreare, e, in un modo più generale, l’attitudine ad intrecciare rapporti di comunione con altri. Spetta a ciascuno, uomo o donna, riconoscere ed accettare la propria identità sessuale. La differenza e la complementarità fisiche, morali e spirituali sono orientate ai beni del matrimonio e allo sviluppo della vita familiare. L’armonia della coppia e della società dipende in parte dal modo in cui si vivono la complementarità, il bisogno vicendevole e il reciproco aiuto.

“Creando l'uomo "maschio e femmina", Dio dona la dignità personale in egual modo all’uomo e alla donna” (IBID., 22; cfr CONC. ECUM. VAT. II, Gaudium et spes, 49; cfr GIOVANNI PAOLO II, Lett. ap. Mulieris dignitatem, 6). Ciascuno dei due sessi, con eguale dignità, anche se in modo differente, è immagine della potenza e della tenerezza di Dio. 

L’unione dell’uomo e della donna nel matrimonio è una maniera di imitare, nella carne, la generosità e la fecondità del Creatore: “L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne” (Gen 2,24). Da tale unione derivano tutte le generazioni umane (cfr Gen 4,1-2.25-26; 5,1). Gesù è venuto a restaurare la creazione nella purezza delle sue origini. Nel Discorso della montagna dà una interpretazione rigorosa del progetto di Dio: “Avete inteso che fu detto: "Non commettere adulterio"; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Mt 5,27-28). “L'uomo non deve separare quello che Dio ha congiunto” (Mt 19,6). 

La vocazione alla castità

La castità esprime la positiva integrazione della sessualità nella persona e conseguentemente l’unità interiore dell’uomo nel suo essere corporeo e spirituale. La sessualità, nella quale si manifesta l’appartenenza dell’uomo al mondo materiale e biologico, diventa personale e veramente umana allorché è integrata nella relazione da persona a persona, nel dono reciproco, totale e illimitato nel tempo, dell’uomo e della donna. La virtù della castità, quindi, comporta l’integrità della persona e l’integralità del dono.

1. L’integrità della persona

La persona casta conserva l’integrità delle forze di vita e di amore che sono in lei. Tale integrità assicura l’unità della persona e si oppone a ogni comportamento che la ferirebbe. Non tollera né doppiezza di vita, né doppiezza di linguaggio (cfr Mt 5,37). La castità richiede l’acquisizione del dominio di sé, che è pedagogia per la libertà umana. L’alternativa è evidente: o l’uomo comanda alle sue passioni e consegue la pace, oppure si lascia asservire da esse e diventa infelice (cfr Sir 1,22). “La dignità dell’uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere, mosso cioè e indotto da convinzioni personali, e non per un cieco impulso o per mera coazione esterna. Ma tale dignità l’uomo la ottiene quando, liberandosi da ogni schiavitù di passioni, tende al suo fine con scelta libera del bene, e si procura da sé e con la sua diligente iniziativa i mezzi convenienti” (CONC. ECUM. VAT. II, Gaudium et spes 17).

Colui che vuole restar fedele alle promesse del suo Battesimo e resistere alle tentazioni, avrà cura di valersi dei mezzi corrispondenti: la conoscenza di sé, la pratica di un’ascesi adatta alle situazioni in cui viene a trovarsi, l’obbedienza ai divini comandamenti, l’esercizio delle virtù morali e la fedeltà alla preghiera. “La continenza in verità ci raccoglie e ci riconduce a quell’unità, che abbiamo perduto disperdendoci nel molteplice” (SANT’AGOSTINO, Confessiones, 10, 29, 40). La virtù della castità è strettamente dipendente dalla virtù cardinale della temperanza, che mira a far condurre dalla ragione le passioni e gli appetiti della sensibilità umana.

Il dominio di sé è un’opera di lungo respiro. Non lo si potrà mai ritenere acquisito una volta per tutte. Suppone un impegno da ricominciare ad ogni età della vita (cfr Tt 2,1-6). Lo sforzo richiesto può essere maggiore in certi periodi. La castità conosce leggi di crescita, la quale passa attraverso tappe segnate dall’imperfezione e assai spesso dal peccato. L’uomo virtuoso e casto “si costruisce giorno per giorno, con le sue numerose libere scelte: per questo egli conosce, ama e compie il bene morale secondo tappe di crescita” (GIOVANNI PAOLO II, Esort. ap. Familiaris consortio, 34).

La castità rappresenta un impegno eminentemente personale; implica anche uno sforzo culturale, poiché “il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società” sono “tra loro interdipendenti” (CONC. ECUM. VAT. II, Gaudium et spes, 25). La castità suppone il rispetto dei diritti della persona, in particolare quello di ricevere un’informazione ed un’educazione che rispettino le dimensioni morali e spirituali della vita umana. La castità è una virtù morale. Essa è anche un dono di Dio, una grazia, un frutto dello Spirito (cfr Gal 5,22). Lo Spirito Santo dona di imitare la purezza di Cristo (cfr 1Gv 3,3) a colui che è stato rigenerato dall’acqua del Battesimo.

2. L’integralità del dono di sé

La carità è la forma di tutte le virtù. Sotto il suo influsso, la castità appare come una scuola del dono della persona. La padronanza di sé è ordinata al dono di sé. … La virtù della castità si dispiega nell’amicizia. Indica al discepolo come seguire ed imitare colui che ci ha scelti come suoi amici (cfr Gv 15,15), si è totalmente donato a noi e ci rende partecipi della sua condizione divina. La castità è promessa di immortalità. La castità si esprime particolarmente nell’amicizia per il prossimo. Coltivata tra persone del medesimo sesso o di sesso diverso, l’amicizia costituisce un gran bene per tutti. Conduce alla comunione spirituale.

  

- Dalle Prediche di PADRE RANIERO CANTALAMESSA (dalla Seconda di Quaresima del 22 marzo 2019)

LA PASQUA DEL CRISTO E LA PASQUA DEL CRISTIANO

(seconda parte)

Nel Deuteronomio troviamo questa prescrizione circa la Pasqua: “Guardati dal celebrare la Pasqua in qualsiasi luogo, ma immolerai la Pasqua soltanto nel luogo che il Signore avrà scelto per fissarvi il suo nome”. Una volta il luogo era il tempio di Salomone, il tempio storico; ora come abbiamo visto, esso è il tempio spirituale o personale che è il cuore del credente. “Siamo noi il tempio del Dio vivente!” (2Cor 6,16). È qui dunque che si celebra in definitiva la vera Pasqua, senza la quale tutte le altre restano incompiute e inefficaci.

La nostra attuale cultura non ragiona più tanto con lo schema: quaggiù-lassù, basso-alto, terra-cielo, quanto invece con lo schema moderno di: oggetto-soggetto, natura-spirito, che è come dire ciò che è fuori l’uomo e ciò che è invece dentro di lui. In questo senso, interiorizzare la Pasqua significa, nello stesso tempo, attualizzarla, cioè renderla significativa per il nostro tempo e per l’uomo d’oggi.

La vita interiore

Anche la Pasqua, come tutte le realtà della Bibbia, è una “struttura aperta”, capace cioè di accogliere nuove sfide e nuovi contenuti. Come la Scrittura “cresce, crescendo quelli che leggono” (GREGORIO MAGNO in Moralia), così la Pasqua cresce, crescendo coloro che la celebrano.

In che consiste questo “passaggio all’interno” ce lo facciamo spiegare da SANT’AGOSTINO che in questo, come in molti altri casi, ci appare come il primo dei moderni. In un discorso al popolo diceva: “Rientrate nel vostro cuore! Rientrate dal vostro vagabondaggio che vi ha portato fuori strada; ritornate al Signore. Prima rientra nel tuo cuore, tu che sei diventato estraneo a te stesso: non conosci te stesso e cerchi colui che ti ha creato! Torna, torna al cuore, distaccati dal corpo... rientra nel cuore: lì esamina quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l’immagine di Dio; nell’interiorità dell’uomo abita Cristo, nella sua interiorità tu vieni rinnovato secondo l’immagine di Dio”.

La “vita interiore” che un tempo era quasi sinonimo di vita spirituale, ora tende invece a essere guardata con sospetto. Ci sono dizionari di spiritualità che omettono del tutto le voci “interiorità” e “raccoglimento” e altri che le portano, ma non senza esprimere qualche riserva. Per esempio, si fa notare che, dopo tutto, non c’è nessun termine biblico che corrisponda esattamente a queste parole; che potrebbe esserci stato, in questo punto, un influsso determinante della filosofia platonica; che esso potrebbe favorire il soggettivismo... Un sintomo rivelatore di questo calo del gusto e della stima dell’interiorità è la sorte toccata alla “IMITAZIONE DI CRISTO” che è una specie di manuale di introduzione alla vita interiore. Da libro più amato tra i cristiani, dopo la Bibbia, esso è passato, in pochi decenni, a essere uno dei libri meno amati e meno letti.

Alcune cause di questa crisi sono antiche e inerenti alla nostra stessa natura: “Non si sazia l’occhio di guardare, né l’orecchio è mai sazio di udire” (Qo 1,8). Siamo perennemente in uscita attraverso quelle cinque porte che sono i nostri sensi. Altre cause sono invece più specifiche e attuali. Una è l’emergenza del sociale che è certamente un valore positivo, ma che può accentuare la proiezione all’esterno e la spersonalizzazione dell’uomo. Nella cultura secolarizzata e laica dei nostri tempi il ruolo che svolgeva l’interiorità cristiana è stato assunto dalla psicologia e dalla psicoanalisi, le quali si fermano però all’inconscio dell’uomo e comunque alla sua soggettività, prescindendo dal suo intimo legame con Dio.

Come sempre, alla crisi di un valore tradizionale, nel cristianesimo si deve rispondere attuando una ricapitolazione, cioè riprendendo le cose al loro principio per portarle a un nuovo compimento. In altre parole, si tratta di ripartire dalla parola di Dio e, alla sua luce, di ritrovare, nella stessa Tradizione, l’elemento vitale e perenne, liberandolo dagli elementi caduchi di cui si è rivestito lungo i secoli. È quello che il concilio Vaticano II ha seguito come metodo in tutti i suoi lavori. Come in natura, a primavera, si pota l’albero dai rami della precedente stagione per rendere possibile al tronco una nuova fioritura, così bisogna fare anche nella vita della Chiesa.