10° incontro

- Dal CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA (nn. 2041-2043)

I precetti della Chiesa

I precetti della Chiesa si collocano in questa linea di una vita morale che si aggancia alla vita liturgica e di essa si nutre. Il carattere obbligatorio di tali leggi positive promulgate dalle autorità pastorali, ha come fine di garantire ai fedeli il minimo indispensabile nello spirito di preghiera e nell’impegno morale, nella crescita del l’amore di Dio e del prossimo.

Il primo precetto (“Partecipa alla Messa la domenica e le altre feste comandate e rimani libero dalle occupazioni del lavoro”) esige dai fedeli che santifichino il giorno in cui si ricorda la risurrezione del Signore e le particolari festività liturgiche in onore dei misteri del Signore, della beata Vergine Maria e dei santi, in primo luogo partecipando alla celebrazione eucaristica in cui si riunisce la comunità cristiana, e che riposino da quei lavori e da quelle attività che potrebbero impedire una tale santificazione di questi giorni (cfr CODICE DI DIRITTO CANONICO, 1246-1248). Il secondo precetto (“Confessa i tuoi peccati almeno una volta all’anno”) assicura la preparazione all’Eucaristia attraverso la recezione del sacramento della Riconciliazione, che continua l’opera di conversione e di perdono del Battesimo (cfr IBID., 989). Il terzo precetto (“Ricevi il sacramento dell’Eucaristia almeno a Pasqua”) garantisce un minimo in ordine alla recezione del Corpo e del Sangue del Signore in collegamento con le feste pasquali, origine e centro della liturgia cristiana (cfr IBID., 920).

Il quarto precetto (“Santificherai le feste che ti sono comandate”) completa l’osservanza della domenica con la partecipazione alle principali feste liturgiche, in onore dei misteri del Signore, della Vergine e dei Santi (cfr IBID., 1246). Il quinto precetto (“In giorni stabiliti dalla Chiesa astieniti dal mangiare carne e osserva il digiuno”) assicura i tempi di ascesi e di penitenza, che ci preparano alle feste liturgiche e a farci acquisire il dominio sui nostri istinti e la libertà di cuore (cfr IBID., 12491251). I fedeli hanno anche l’obbligo di sovvenire alle necessità materiali della Chiesa, ciascuno secondo le proprie possibilità (cfr IBID., 222).

OTTAVO COMANDAMENTO “NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA”

(seconda parte)

Il rispetto della verità

Il diritto alla comunicazione della verità non è incondizionato. Ognuno deve conformare la propria vita al precetto evangelico dell’amore fraterno. Questo richiede, nelle situazioni concrete, che si vagli se sia opportuno o no rivelare la verità a chi la domanda. La carità e il rispetto della verità devono suggerire la risposta ad ogni richiesta di informazione o di comunicazione. Il bene e la sicurezza altrui, il rispetto della vita privata, il bene comune sono motivi sufficienti per tacere ciò che è opportuno non sia conosciuto, oppure per usare un linguaggio discreto. Il dovere di evitare lo scandalo spesso esige una discrezione rigorosa. Nessuno è tenuto a palesare la verità a chi non ha il diritto di conoscerla (cfr Sir 27,16; Pr 25,9-10).

Il segreto del sacramento della Riconciliazione è sacro, e non può essere violato per nessun motivo. “Il sigillo sacramentale è inviolabile; pertanto non è assolutamente lecito al confessore tradire anche solo in parte il penitente con parole o in qualunque altro modo e per qualsiasi causa” (CODICE DI DIRITTO CANONICO, 983, 1).

I segreti professionali - di cui sono in possesso, per esempio, uomini politici, militari, medici e giuristi - o le confidenze fatte sotto il sigillo del segreto, devono essere serbati, tranne i casi eccezionali in cui la custodia del segreto dovesse causare a chi li confida, a chi ne viene messo a parte, o a terzi danni molto gravi ed evitabili soltanto mediante la divulgazione della verità. Le informazioni private dannose per altri, anche se non sono state confidate sotto il sigillo del segreto, non devono essere divulgate senza un motivo grave e proporzionato. Ciascuno deve osservare il giusto riserbo riguardo alla vita privata delle persone. I responsabili della comunicazione devono mantenere un giusto equilibrio tra le esigenze del bene comune e il rispetto dei diritti particolari. L’ingerenza dell’informazione nella vita privata di persone impegnate in un’attività politica o pubblica è da condannare nella misura in cui viola la loro intimità e la loro libertà.

L’uso dei mezzi di comunicazione sociale

Nella società moderna i mezzi di comunicazione sociale hanno un ruolo di singolare importanza nell’informazione, nella promozione culturale e nella formazione. Tale ruolo cresce in rapporto ai progressi tecnici, alla ricchezza e alla varietà delle notizie trasmesse, all’influenza esercitata sull’opinione pubblica.

L’informazione attraverso i mass-media è al servizio del bene comune (cfr CONC. ECUM. VAT. II, Inter mirifica). La società ha diritto ad un’informazione fondata sulla verità, la libertà, la giustizia e la solidarietà: “Il retto esercizio di questo diritto richiede che la comunicazione nel suo contenuto sia sempre vera e, salve la giustizia e la carità, integra; inoltre, nel modo, sia onesta e conveniente, cioè rispetti scrupolosamente le leggi morali, i legittimi diritti e la dignità dell’uomo, sia nella ricerca delle notizie, sia nella loro divulgazione” (IBID., 11). “È necessario che tutti i membri della società assolvano, anche in questo settore, i propri doveri di giustizia e di carità. Perciò si adoperino, anche mediante l’uso di questi strumenti, a formare e a diffondere opinioni pubbliche rette” (IBID.). La solidarietà appare come una conseguenza di una comunicazione vera e giusta, e della libera circolazione delle idee, che favoriscono la conoscenza ed il rispetto degli altri.

I mezzi di comunicazione sociale (in particolare i mass-media) possono generare una certa passività nei recettori, rendendoli consumatori poco vigili di messaggi o di spettacoli. Di fronte ai mass-media i fruitori si sentiranno in dovere di formarsi una coscienza illuminata e retta, al fine di resistere più facilmente alle influenze meno oneste. 

“Particolari doveri ... incombono sull’autorità civile in vista del bene comune ... È infatti compito della stessa autorità ... difendere e proteggere ... la vera e giusta libertà di informazione ...” (IBID.). L’autorità civile punirà la violazione dei diritti di ciascuno alla reputazione e al segreto intorno alla vita privata. A tempo debito e onestamente fornirà le informazioni che riguardano il bene generale o danno risposta alle fondate inquietudini della popolazione. Non si attenterà, con simili interventi, alla libertà degli individui e dei gruppi.

La morale denuncia la piaga degli stati totalitari che sistematicamente falsano la verità, esercitano con i mass-media un’egemonia politica sull’opinione pubblica, “manipolano” gli accusati e i testimoni di processi pubblici e credono di consolidare il loro dispotismo soffocando o reprimendo tutto ciò che essi considerano come “delitti d’opinione”.

Verità, bellezza e arte sacra

La pratica del bene si accompagna ad un piacere spirituale gratuito e alla bellezza morale. Allo stesso modo, la verità è congiunta alla gioia e allo splendore della bellezza spirituale. La verità è bella per se stessa. All’uomo, dotato d’intelligenza, è necessaria la verità della parola, espressione razionale della conoscenza della realtà creata ed increata; ma la verità può anche trovare altre forme di espressione umana, complementari, soprattutto quando si tratta di evocare ciò che essa comporta di indicibile, le profondità del cuore umano, le elevazioni dell’anima, il Mistero di Dio. Ancor prima di rivelarsi all’uomo mediante parole di verità, Dio si rivela a lui per mezzo del linguaggio universale della Creazione, opera della sua Parola, della sua Sapienza: l’ordine e l’armonia del cosmo che sia il bambino sia lo scienziato sanno scoprire, la grandezza e la bellezza delle creature fanno conoscere, per analogia, l’Autore (cfr Sap 13,5), “perché li ha creati lo stesso Autore della bellezza” (13,3). “La Sapienza è un’emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa si infiltra. È un riflesso della Luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e un’immagine della sua bontà” (7,25-26). “Essa in realtà è più bella del sole e supera ogni costellazione di astri; paragonata alla luce, risulta superiore; a questa, infatti, succede la notte, ma contro la Sapienza la malvagità non può prevalere” (7,29-30). “Mi sono innamorato della sua bellezza” (8,2).

“Creato ad immagine di Dio” (Gen 1,26), l’uomo esprime la verità del suo rapporto con Dio Creatore anche mediante la bellezza delle proprie opere artistiche. L’arte, invero, è una forma di espressione propriamente umana. Al di là dell’inclinazione a soddisfare le necessità vitali, comune a tutte le creature viventi, essa è una sovrabbondanza gratuita della ricchezza interiore dell’essere umano. Frutto di un talento donato dal Creatore e dello sforzo dell’uomo, l’arte è una forma di sapienza pratica che unisce intelligenza e abilità (cfr Sap 7,16-17) per esprimere la verità di una realtà nel linguaggio accessibile alla vista o all’udito. L’arte comporta inoltre una certa somiglianza con l’attività di Dio nel creato, nella misura in cui trae ispirazione dalla verità e dall’amore per gli esseri. Come ogni altra attività umana, l’arte non ha in sé il proprio fine assoluto, ma è ordinata al fine ultimo dell’uomo e da esso nobilitata (cfr PIO XII, Discorsi, 25 dicembre 1955 e 3 settembre 1950).

L’arte sacra è vera e bella quando, nella sua forma, corrisponde alla vocazione che le è propria: evocare e glorificare, nella fede e nella adorazione, il Mistero trascendente di Dio, Bellezza eccelsa di Verità e di Amore, apparsa in Cristo “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3), nel quale “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9), bellezza spirituale riflessa nella Santissima Vergine Madre di Dio, negli Angeli e nei Santi. L’autentica arte sacra conduce l’uomo all’adorazione, alla preghiera e all’amore di Dio Creatore e Salvatore, Santo e Santificatore. Per questo i vescovi, personalmente o per mezzo di delegati, devono prendersi cura di promuovere l’arte sacra, antica e moderna, in tutte le sue forme, e di tenere lontano con il medesimo zelo, dalla Liturgia e dagli edifici del culto, tutto ciò che non è conforme alla verità della fede e all’autentica bellezza (cfr CONC. ECUM. VAT. II, Sacrosanctum concilium, 122-127).

In sintesi

  • La verità o veracità è la virtù che consiste nel mostrarsi veri nelle proprie azioni e nell’esprimere il vero nelle proprie parole, rifuggendo dalla doppiezza, dalla simulazione e dall’ipocrisia.
  • Il cristiano non deve vergognarsi “della testimonianza da rendere al Signore” (2Tm 1,8) in atti e parole. Il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede.
  • Il rispetto della reputazione e dell’onore delle persone proibisce ogni atteggiamento o parola di maldicenza o di calunnia.
  • La menzogna consiste nel dire il falso con l’intenzione di ingannare il prossimo.
  • Una colpa commessa contro la verità esige riparazione.
  • La “regola d'oro” aiuta a discernere, nelle situazioni concrete, se sia o non sia opportuno palesare la verità a chi la domanda.
  • “Il sigillo sacramentale è inviolabile” (CODICE DI DIRITTO CANONICO, 983, 1). I segreti professionali vanno serbati. Le confidenze pregiudizievoli per altri non devono essere divulgate.
  • La società ha diritto a un’informazione fondata sulla verità, sulla libertà, sulla giustizia. È opportuno imporsi moderazione e disciplina nell’uso dei mezzi di comunicazione sociale.
  • Le belle arti, ma soprattutto l’arte sacra, “per loro natura, hanno relazione con l’infinita bellezza divina, che deve essere in qualche modo espressa dalle opere dell’uomo, e sono tanto più orientate a Dio e all’incremento della sua lode e della sua gloria, in quanto nessun altro fine è loro assegnato se non di contribuire quanto più efficacemente possibile ... a indirizzare le menti degli uomini a Dio” (CONC. ECUM. VAT. II, Sacrosanctum concilium, 122).

 

 

- Da PAPA FRANCESCO, Catechesi sulla famiglia (del 21 ottobre 2015)

FEDELTÀ DELL’AMORE

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

A ben guardare l’intera realtà famigliare è fondata sulla promessa - pensare bene questo: l’identità famigliare è fondata sulla promessa -: si può dire che la famiglia vive della promessa d’amore e di fedeltà che l’uomo e la donna si fanno l’un l’altra. Essa comporta l’impegno di accogliere ed educare i figli; ma si attua anche nel prendersi cura dei genitori anziani, nel proteggere e accudire i membri più deboli della famiglia, nell’aiutarsi a vicenda per realizzare le proprie qualità ed accettare i propri limiti. E la promessa coniugale si allarga a condividere le gioie e le sofferenze di tutti i padri, le madri, i bambini, con generosa apertura nei confronti dell’umana convivenza e del bene comune. Una famiglia che si chiude in se stessa è come una contraddizione, una mortificazione della promessa che l’ha fatta nascere e la fa vivere. Non dimenticare mai: l’identità della famiglia è sempre una promessa che si allarga, e si allarga a tutta la famiglia e anche a tutta l’umanità.

Ai nostri giorni, l’onore della fedeltà alla promessa della vita famigliare appare molto indebolito. Da una parte, perché un malinteso diritto di cercare la propria soddisfazione, a tutti i costi e in qualsiasi rapporto, viene esaltato come un principio non negoziabile di libertà. D’altra parte, perché si affidano esclusivamente alla costrizione della legge i vincoli della vita di relazione e dell’impegno per il bene comune. Ma, in realtà, nessuno vuole essere amato solo per i propri beni o per obbligo. L’amore, come anche l’amicizia, devono la loro forza e la loro bellezza proprio a questo fatto: che generano un legame senza togliere la libertà. L’amore è libero, la promessa della famiglia è libera, e questa è la bellezza. Senza libertà non c’è amicizia, senza libertà non c’è amore, senza libertà non c’è matrimonio.

Dunque, libertà e fedeltà non si oppongono l’una all’altra, anzi, si sostengono a vicenda, sia nei rapporti interpersonali, sia in quelli sociali. Infatti, pensiamo ai danni che producono, nella civiltà della comunicazione globale, l’inflazione di promesse non mantenute, in vari campi, e l’indulgenza per l’infedeltà alla parola data e agli impegni presi!

Sì, cari fratelli e sorelle, la fedeltà è una promessa di impegno che si auto-avvera, crescendo nella libera obbedienza alla parola data. La fedeltà è una fiducia che “vuole” essere realmente condivisa, e una speranza che “vuole” essere coltivata insieme. E parlando di fedeltà mi viene in mente quello che i nostri anziani, i nostri nonni raccontano: “A quei tempi, quando si faceva un accordo, una stretta di mano era sufficiente, perché c’era la fedeltà alle promesse”. E anche questo, che è un fatto sociale, ha origine nella famiglia, nella stretta di mano dell’uomo e la donna per andare avanti insieme, tutta la vita.

La fedeltà alle promesse è un vero capolavoro di umanità! Se guardiamo alla sua audace bellezza, siamo intimoriti, ma se disprezziamo la sua coraggiosa tenacia, siamo perduti. Nessun rapporto d’amore – nessuna amicizia, nessuna forma del voler bene, nessuna felicità del bene comune – giunge all’altezza del nostro desiderio e della nostra speranza, se non arriva ad abitare questo miracolo dell’anima. E dico “miracolo”, perché la forza e la persuasione della fedeltà, a dispetto di tutto, non finiscono di incantarci e di stupirci. L’onore alla parola data, la fedeltà alla promessa, non si possono comprare e vendere. Non si possono costringere con la forza, ma neppure custodire senza sacrificio.

Nessun’altra scuola può insegnare la verità dell’amore, se la famiglia non lo fa. Nessuna legge può imporre la bellezza e l’eredità di questo tesoro della dignità umana, se il legame personale fra amore e generazione non la scrive nella nostra carne.

Fratelli e sorelle, è necessario restituire onore sociale alla fedeltà dell’amore: restituire onore sociale alla fedeltà dell’amore! È necessario sottrarre alla clandestinità il quotidiano miracolo di milioni di uomini e donne che rigenerano il suo fondamento famigliare, del quale ogni società vive, senza essere in grado di garantirlo in nessun altro modo. Non per caso, questo principio della fedeltà alla promessa dell’amore e della generazione è scritto nella creazione di Dio come una benedizione perenne, alla quale è affidato il mondo.

Se san Paolo può affermare che nel legame famigliare è misteriosamente rivelata una verità decisiva anche per il legame del Signore e della Chiesa, vuol dire che la Chiesa stessa trova qui una benedizione da custodire e dalla quale sempre imparare, prima ancora di insegnarla e disciplinarla. La nostra fedeltà alla promessa è pur sempre affidata alla grazia e alla misericordia di Dio. L’amore per la famiglia umana, nella buona e nella cattiva sorte, è un punto d’onore per la Chiesa! Dio ci conceda di essere all’altezza di questa promessa, … nella fiducia che Lui per primo, il Signore - Lui per primo! -, è fedele alle sue promesse. Grazie.

 

- Dalle Prediche di PADRE RANIERO CANTALAMESSA (Prima di Quaresima del 23 febbraio 2018)

“NON CONFORMATEVI ALLA MENTALITÀ DI QUESTO MONDO” (ROM 12,2)

(seconda parte)

La crisi dell’ideale della “fuga mundi”

Le cose sono cambiate in epoca a noi vicina. Noi abbiamo attraversato, a proposito dell’ideale della separazione dal mondo, una fase “critica”, cioè un periodo in cui tale ideale è stato “criticato” e guardato con sospetto. Tale crisi ha radici remote. Comincia - almeno a livello teorico - con l’umanesimo rinascimentale che riporta in auge l’interesse e l’entusiasmo, a volte di stampo paganeggiante, per i valori mondani. Ma il fattore determinante della crisi è da vedere nel fenomeno della cosiddetta “secolarizzazione”, cominciato con l’illuminismo e che ha raggiunto il suo apice nel secolo XX.

Il cambiamento più evidente riguarda proprio il concetto di mondo o di secolo. In tutta la storia della spiritualità cristiana, la parola saeculum, aveva avuto una connotazione tendenzialmente negativa, o almeno ambigua. Indicava il tempo presente sottoposto al peccato, in opposizione al secolo futuro o all’eternità. Nel giro di pochi decenni, esso ha cambiato segno, fino ad assumere, negli anni ‘60 e ’70, un significato decisamente positivo. Alcuni titoli di libri usciti in quegli anni, come “Il significato secolare del Vangelo” di PAUL VAN BUREN e “La città secolare” di HARVEY COX, mettono in luce, da soli, questo significato nuovo, ottimistico, di “secolo” e di “secolare”. Nacque una “teologia della secolarizzazione”.

Tutto questo ha contribuito però ad alimentare in alcuni un ottimismo esagerato nei confronti del mondo, che non tiene abbastanza conto dell’altra sua faccia: quella per cui esso è “sotto il maligno” e si oppone allo spirito di Cristo (cfr Gv 14,17). A un certo momento ci si è accorti che all’ideale tradizionale della fuga “dal” mondo, si era sostituito, nella mente di molti (anche tra il clero e i religiosi), l’ideale di una fuga “verso” il mondo, cioè una mondanizzazione.

In questo contesto sono state scritte alcune delle cose più assurde e più deliranti che mai siano passate sotto il nome di “teologia”. La prima di esse è l’idea che Dio stesso si secolarizza e si mondanizza, quando si annulla come Dio per farsi uomo. Siamo alla cosiddetta “Teologia della morte di Dio”. Esiste anche una sana teologia della secolarizzazione in cui essa non è vista come qualcosa di opposto al Vangelo ma piuttosto come un prodotto di esso. Non è però questa la teologia di cui stiamo parlando.

Qualcuno ha fatto notare che le “teologie della secolarizzazione” menzionate altro non erano che un tentativo apologetico teso “a fornire una giustificazione ideologica dell’indifferenza religiosa dell’uomo moderno”; erano anche “l’ideologia di cui le Chiese avevano bisogno per giustificare la loro crescente emarginazione” (C. GEFFRÉ, art. Sécularisation, in Dictionnaire de Spiritualité, 15, 1989, pp. 502s). Divenne presto chiaro che ci si era messi in un vicolo cieco; in pochi anni non si parlò quasi più di teologia della secolarizzazione e alcuni degli stessi suoi promotori ne presero le distanze.

Come sempre, toccare il fondo di una crisi è l’occasione per tornare a interrogare la parola di Dio “viva ed eterna”. Riascoltiamo dunque l’esortazione di Paolo: “Non conformatevi a questo mondo, ma trasformatevi rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”.

Sappiamo già qual è, per il Nuovo Testamento, il mondo al quale non dobbiamo conformarci: non il mondo creato e amato da Dio, non gli uomini del mondo ai quali, anzi, dobbiamo andare sempre incontro, specialmente i poveri, gli ultimi, i sofferenti. Il “mescolarsi” con questo mondo della sofferenza e dell’emarginazione è, paradossalmente, il miglior modo di “separarsi” dal mondo, perché è andare là, da dove il mondo rifugge con tutte le sue forze. È separarsi dal principio stesso che regge il mondo, che è l’egoismo.

Soffermiamoci piuttosto sul significato di quello che segue: “trasformarsi rinnovando l’intimo della nostra mente”. Tutto in noi comincia dalla mente, dal pensiero. C’è una massima di saggezza che dice:

“Sorveglia i pensieri perché diventano parole.

Sorveglia le parole perché diventano azioni.

Sorveglia le azioni perché diventano abitudini.

Sorveglia le abitudini perché diventano il tuo carattere.

Sorveglia il tuo carattere perché diventa il tuo destino”.

Prima che nelle opere, il cambiamento deve avvenire dunque nel modo di pensare, cioè nella fede. All’origine della mondanizzazione ci sono tante cause, ma la principale è la crisi di fede. In questo senso l’esortazione dell’Apostolo non fa che rilanciare quella di Cristo all’inizio del suo Vangelo: “Convertitevi e credete”, convertitevi, cioè credete! Cambiate modo di pensare; smettete di pensare “secondo gli uomini” e cominciate a pensare “secondo Dio” (cfr Mt 16,23). Aveva ragione SAN TOMMASO D’AQUINO di dire che “la prima conversione si attua credendo, prima conversio fit per fidem” (Summa theologiae, I-IIae).

È la fede il terreno di scontro primario tra il cristiano e il mondo. È per la fede che il cristiano non è più “del” mondo. Quando leggo le conclusioni che tirano gli scienziati non credenti dall’osservazione dell’universo, la visione del mondo che ci danno scrittori e cineasti, dove, nel migliore dei casi, Dio è ridotto a una vago e soggettivo senso del mistero e Gesù Cristo non è neppure preso in considerazione, sento di appartenere, grazie alla fede, a un altro mondo. Sperimento la verità di quelle parole di Gesù: “Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete” e resto attonito nel costatare come Gesù ha preveduto questa situazione e ne dato in anticipo la spiegazione: “Hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli” (Lc 10,21-23).

Inteso in senso morale, il “mondo” è per definizione ciò che rifiuta di credere. Il peccato, di cui Gesú dice che il Paraclito “convincerà il mondo”, è di non aver creduto in lui (cfr Gv 16,8-9). Giovanni scrive: “Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede” (1Gv 5,4). Nella Lettera agli Efesini si legge: “Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli” (Ef 2,1-2). L’esegeta HEINRICH SCHLIER ha fatto un’analisi penetrante di questo “spirito del mondo” considerato da Paolo il diretto antagonista dello “Spirito di Dio” (1Cor 2,12). Un ruolo decisivo svolge in esso l’opinione pubblica, oggi anche letteralmente spirito “che è nell’aria” perché si diffonde via etere.

“Si determina – scrive – uno spirito di grande intensità storica, a cui il singolo difficilmente può sottrarsi. Ci si attiene allo spirito generale, lo si reputa ovvio. Agire o pensare o dire qualcosa contro di esso è considerato cosa insensata o addirittura un’ingiustizia o un delitto. Allora non si osa più porsi di fronte alle cose e alle situazione e soprattutto alla vita in modo diverso da come esso le presenta… Loro caratteristica è di interpretare il mondo e l’esistenza umana allo loro maniera” (cfr Demoni e spiriti maligni nel Nuovo Testamento, in Riflessioni sul Nuovo Testamento).

È quello che chiamiamo “adattamento allo spirito dei tempi”.  … Il rimedio in questa situazione è che qualcuno ci gridi all’orecchio: “Svegliati!” (cfr SANT’AGOSTINO, Sermo 39,5). È quello che la parola di Dio fa in tante occasioni e che la liturgia della Chiesa ci fa riascoltare puntualmente all’inizio della Quaresima: “Svegliati tu che dormi” (Ef 5,14); “È tempo di svegliarvi dal sonno!” (Rom 13,11).