11° incontro

- Dal CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA (n. 2014)

Il progresso spirituale tende all’unione sempre più intima con Cristo. Questa unione si chiama “mistica”, perché partecipa al mistero di Cristo mediante i sacramenti – “i santi misteri” – e, in lui, al mistero della Santissima Trinità. Dio chiama tutti a questa intima unione con lui, anche se soltanto ad alcuni sono concesse grazie speciali o segni straordinari di questa vita mistica, allo scopo di rendere manifesto il dono gratuito fatto a tutti.

NONO E DECIMO COMANDAMENTO “NON DESIDERARE…”

Il Dio delle promesse da sempre ha messo in guardia l’uomo dalla seduzione di ciò che, fin dalle origini, appare “buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza” (Gen 3,6).

L’appetito sensibile ci porta a desiderare le cose piacevoli che non abbiamo. Così, quando si ha fame si desidera mangiare, quando si ha freddo si desidera riscaldarsi. Tali desideri, in se stessi, sono buoni; ma spesso non restano nei limiti della ragione e ci spingono a bramare ingiustamente ciò che non ci spetta e appartiene, o è dovuto ad altri. San Giovanni distingue tre tipi di smodato desiderio o concupiscenza: la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita (cfr 1Gv 2,16). Secondo la tradizione catechistica cattolica, il nono comandamento proibisce la concupiscenza carnale; il decimo la concupiscenza dei beni altrui. La “concupiscenza”, nel senso etimologico, può designare ogni forma veemente di desiderio umano. La teologia cristiana ha dato a questa parola il significato specifico di moto dell’appetito sensibile che si oppone ai dettami della ragione umana. L’Apostolo san Paolo la identifica con l’opposizione della “carne” allo “spirito” (cfr Gal 5,16-17.24; Ef 2,3). È conseguenza della disobbedienza del primo peccato (cfr Gen 3,11). 

Ingenera disordine nelle facoltà morali dell’uomo e, senza essere in se stessa un peccato, inclina l’uomo a commettere il peccato (cfr CONCILIO DI TRENTO). Già nell’uomo, essendo un essere composto, spirito e corpo, esiste una certa tensione, si svolge una certa lotta di tendenze tra lo “spirito” e la “carne”. Ma essa di fatto appartiene all’eredità del peccato, ne è una conseguenza e, al tempo stesso, una conferma. Fa parte dell’esperienza quotidiana del combattimento spirituale: per l’Apostolo non si tratta di discriminare e di condannare il corpo, che con l’anima spirituale costituisce la natura dell’uomo e la sua soggettività personale; egli si occupa invece delle opere, o meglio delle stabili disposizioni - virtù e vizi - moralmente buone o cattive, che sono frutto di sottomissione (nel primo caso) oppure di resistenza (nel secondo) all’azione salvifica dello Spirito Santo. Perciò l’Apostolo scrive: “Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Gal 5,25).  

Mediante la purezza d’intenzione, che consiste nel tener presente il vero fine dell’uomo, con un occhio semplice, il battezzato cerca di trovare e di compiere la volontà di Dio (cfr Rm 12,2; Col 1,10).

Questi due comandamenti insieme riassumono tutti i precetti della Legge.

NONO COMANDAMENTO “NON DESIDERARE LA DONNA D’ALTRI”  La purificazione del cuore

Il cuore è la sede della personalità morale: “Dal cuore provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni” (Mt 15,19). La lotta contro la concupiscenza carnale passa attraverso la purificazione del cuore e la pratica della temperanza: “Conservati nella semplicità, nell’innocenza, e sarai come i bambini, i quali non conoscono il male che devasta la vita degli uomini” (ERMA, Mandata pastoris,

2,1). La sesta beatitudine proclama: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8). Ai “puri di cuore” è promesso dunque che vedranno Dio faccia a faccia e che saranno simili a lui (cfr 1Cor 13,12; 1Gv 3,2). La purezza del cuore è la condizione preliminare per la visione. Fin d’ora essa ci permette di vedere secondo Dio, di accogliere l’altro come un “prossimo”; ci consente di percepire il corpo umano, il nostro e quello del prossimo, come un tempio dello Spirito Santo, una manifestazione della bellezza divina.

I “puri di cuore” infatti sono coloro che accordano la propria intelligenza e la propria volontà alle esigenze della santità di Dio, in tre ambiti soprattutto: la carità (cfr 1Tm 4,3-9; 2Tm 2,22), la castità (cfr 1Ts 4,7; Col 3,5; Ef 4,19), l’amore della verità e l’ortodossia della fede (cfr Tt 1,15; 1Tm 1,3-4; 2Tm 2,23-26). C’è un legame tra la purezza del cuore, del corpo e della fede: i fedeli devono credere gli articoli del Simbolo, “affinché credendo, obbediscano a Dio; obbedendo, vivano onestamente; vivendo onestamente, purifichino il loro cuore, e purificando il loro cuore, comprendano quanto credono” (SANT’AGOSTINO). 

La lotta per la purezza

Il Battesimo conferisce a colui che lo riceve la grazia della purificazione da tutti i peccati. Ma il battezzato continua a lottare contro la concupiscenza della carne e i desideri disordinati. Con la grazia di Dio giunge alla purezza del cuore:

  • mediante la virtù e il dono della castità, perché la castità permette di amare con un cuore retto e indiviso;
  • mediante la purezza dello sguardo, esteriore ed interiore, cioè mediante la disciplina dei sentimenti e dell’immaginazione;
  • mediante la preghiera: “Pensavo che la continenza si ottiene con le proprie forze e delle mie non ero sicuro. A tal segno ero stolto da ignorare che, come sta scritto, nessuno può essere continente, se Tu non lo concedi. E Tu l’avresti concesso, se avessi bussato alle tue orecchie col gemito del mio cuore e lanciato in Te la mia pena con fede salda” (SANT'AGOSTINO, Confessiones, 6,11,20).

Il pudore è una parte integrante della temperanza; preserva l’intimità della persona. Consiste nel rifiuto di svelare ciò che deve rimanere nascosto. È ordinato alla castità, di cui esprime la delicatezza. Regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone e della loro unione. Il pudore, dei sentimenti e del corpo, custodisce il mistero delle persone e del loro amore. Suggerisce la pazienza e la moderazione nella relazione amorosa; richiede che siano rispettate le condizioni del dono e dell’impegno definitivo dell’uomo e della donna tra loro. Il pudore è modestia. Ispira la scelta dell’abbigliamento. Conserva il silenzio o il riserbo là dove trasparisse il rischio di una curiosità morbosa. Diventa discrezione. 

Il pudore detta un modo di vivere che consente di resistere alle suggestioni della moda e alle pressioni delle ideologie dominanti. Le forme che il pudore assume variano da una cultura all’altra. Dovunque, tuttavia, esso appare come il presentimento di una dignità spirituale propria dell’uomo. Nasce con il risveglio della coscienza del soggetto. Insegnare il pudore ai fanciulli e agli adolescenti è risvegliare in essi il rispetto della persona umana.

La purezza cristiana richiede una purificazione dell’ambiente sociale. Esige dai mezzi di comunicazione sociale un’informazione attenta al rispetto e alla moderazione. La cosiddetta permissività dei costumi si basa su una erronea concezione della libertà umana. La libertà, per costruirsi, ha bisogno di lasciarsi educare preliminarmente dalla legge morale. È necessario chiedere ai responsabili della educazione di impartire alla gioventù un insegnamento rispettoso della verità, delle qualità del cuore e della dignità morale e spirituale dell’uomo.

“La Buona Novella di Cristo rinnova continuamente la vita e la cultura dell’uomo decaduto, combatte e rimuove gli errori e i mali derivanti dalla sempre minacciosa seduzione del peccato. Continuamente purifica ed eleva la moralità dei popoli. Con la ricchezza soprannaturale feconda, come dall’interno, fortifica, completa e restaura in Cristo le qualità dello spirito e le doti di ciascun popolo e di ogni età” (CONC. ECUM. VAT. II, Gaudium et spes, 58).

In sintesi

  • Il nono comandamento mette in guardia dal desiderio smodato o concupiscenza carnale. - La lotta contro la concupiscenza carnale passa attraverso la purificazione del cuore e la pratica della temperanza.
  • La purezza del cuore ci farà vedere Dio: fin d’ora ci consente di vedere ogni cosa secondo Dio. - La purificazione del cuore esige la preghiera, la pratica della castità, la purezza dell’intenzione e dello sguardo.
  • La purezza del cuore richiede il pudore, che è pazienza, modestia e discrezione.

- Da PAPA FRANCESCO, Catechesi sui Comandamenti (14/A, del 21 novembre 2018)

“NON DESIDERARE IL CONIUGE ALTRUI; NON DESIDERARE I BENI ALTRUI”

Es 20,17 Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

I nostri incontri sul Decalogo ci conducono oggi all’ultimo comandamento. L’abbiamo ascoltato in apertura. Queste non sono solo le ultime parole del testo, ma molto di più: sono il compimento del viaggio attraverso il Decalogo, toccando il cuore di tutto quello che in esso è consegnato. Infatti, a ben vedere, non aggiungono un nuovo contenuto: le indicazioni «non desidererai la moglie […], né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo» sono perlomeno latenti nei comandi sull’adulterio e sul furto; qual è allora la funzione di queste parole? È un riassunto? È qualcosa di più?

Teniamo ben presente che tutti i comandamenti hanno il compito di indicare il confine della vita, il limite oltre il quale l’uomo distrugge se stesso e il prossimo, guastando il suo rapporto con Dio. Se tu vai oltre, distruggi te stesso, distruggi anche il rapporto con Dio e il rapporto con gli altri. I comandamenti segnalano questo. Attraverso quest’ultima parola viene messo in risalto il fatto che tutte le trasgressioni nascono da una comune radice interiore: i desideri malvagi. Tutti i peccati nascono da un desiderio malvagio. Tutti. Lì incomincia a muoversi il cuore, e uno entra in quell’onda, e finisce in una trasgressione. Ma non una trasgressione formale, legale: in una trasgressione che ferisce se stesso e gli altri.

Nel Vangelo lo dice esplicitamente il Signore Gesù: «Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo» (Mc 7,21-23).

Comprendiamo quindi che tutto il percorso fatto dal Decalogo non avrebbe alcuna utilità se non arrivasse a toccare questo livello, il cuore dell’uomo. Da dove nascono tutte queste cose brutte? Il Decalogo si mostra lucido e profondo su questo aspetto: il punto di arrivo – l’ultimo comandamento - di questo viaggio è il cuore, e se questo, se il cuore non è liberato, il resto serve a poco. Questa è la sfida: liberare il cuore da tutte queste cose malvagie e brutte. I precetti di Dio possono ridursi ad essere solo la bella facciata di una vita che resta comunque un’esistenza da schiavi e non da figli. Spesso, dietro la maschera farisaica della correttezza asfissiante si nasconde qualcosa di brutto e non risolto.

Dobbiamo invece lasciarci smascherare da questi comandi sul desiderio, perché ci mostrano la nostra povertà, per condurci a una santa umiliazione. Ognuno di noi può domandarsi: ma quali desideri brutti mi vengono spesso? L’invidia, la cupidigia, le chiacchiere? Tutte queste cose che mi vengono da dentro. Ognuno può domandarselo e gli farà bene. L’uomo ha bisogno di questa benedetta umiliazione, quella per cui scopre di non potersi liberare da solo, quella per cui grida a Dio per essere salvato. Lo spiega in modo insuperabile san Paolo, proprio riferendosi al comandamento “non desiderare” (cfr Rm 7,7-24).

È vano pensare di poter correggere se stessi senza il dono dello Spirito Santo. È vano pensare di purificare il nostro cuore in uno sforzo titanico della nostra sola volontà: questo non è possibile. Bisogna aprirsi alla relazione con Dio, nella verità e nella libertà: solo così le nostre fatiche possono portare frutto, perché c’è lo Spirito Santo che ci porta avanti.

Il compito della Legge biblica non è quello di illudere l’uomo che un’obbedienza letterale lo porti a una salvezza artefatta e peraltro irraggiungibile. Il compito della Legge è portare l’uomo alla sua verità, ossia alla sua povertà, che diventa apertura autentica, apertura personale alla misericordia di Dio, che ci trasforma e ci rinnova. Dio è l’unico capace di rinnovare il nostro cuore, a patto che noi apriamo il cuore a Lui: è l’unica condizione; Lui fa tutto, ma dobbiamo aprirgli il cuore.

Le ultime parole del Decalogo educano tutti a riconoscersi mendicanti; aiutano a metterci davanti al disordine del nostro cuore, per smettere di vivere egoisticamente e diventare poveri in spirito, autentici al cospetto del Padre, lasciandoci redimere dal Figlio e ammaestrare dallo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il maestro che ci guida: lasciamoci aiutare. Siamo mendicanti, chiediamo questa grazia.

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). Sì, beati quelli che smettono di illudersi credendo di potersi salvare dalla propria debolezza senza la misericordia di Dio, che sola può guarire. Solo la misericordia di Dio guarisce il cuore. Beati coloro che riconoscono i propri desideri malvagi e con un cuore pentito e umiliato non stanno davanti a Dio e agli altri uomini come dei giusti, ma come dei peccatori. È bello quello che Pietro disse al Signore: “Allontanati da me, Signore, che sono un peccatore”. Bella preghiera questa: “Allontanati da me, Signore, che sono un peccatore”. 

Questi sono coloro che sanno avere compassione, che sanno avere misericordia degli altri, perché la sperimentano in se stessi.

 

- Dalle Prediche di PADRE RANIERO CANTALAMESSA (Prima di Quaresima del 23 febbraio 2018)

“NON CONFORMATEVI ALLA MENTALITÀ DI QUESTO MONDO” (ROM 12,2)

(terza parte) Passa la scena di questo mondo

Interroghiamoci sul motivo per cui il cristiano non deve conformarsi al mondo. Esso non è di natura ontologica, ma escatologica. Non si deve prendere le distanze dal mondo perché la materia è intrinsecamente cattiva e nemica dello spirito, come pensavano i platonici e alcuni Padri influenzati da essi, ma perché, come dice la Scrittura, “passa la scena di questo mondo” (1Cor 7,31); “il mondo passa con la sua concupiscenza, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1Gv 2,17).

Basta fermarsi un istante e guardarsi intorno per rendersi conto della verità di queste parole. Succede nella vita come sullo schermo televisivo: i programmi, i cosiddetti palinsesti, si susseguono rapidamente e ognuno cancella il precedente. Lo schermo resta lo stesso, ma i programmi e le immagini cambiano. Così è di noi: il mondo rimane, ma noi ce ne andiamo uno dopo l’altro. Di tutti i nomi, i volti, le notizie che riempiono i giornali e i telegiornali di oggi – di tutti noi – cosa resterà da qui a qualche anno o decennio? Nulla di nulla.

Pensiamo a cosa resta dei miti di 40 anni fa e a che cosa resterà fra 40 anni dei miti e delle celebrità di oggi. “Avverrà – si legge in Isaia – come quando un affamato sogna di mangiare, come quando un assetato sogna di bere, ma si sveglia stanco, con la gola riarsa” (Is 29,8). …

“Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò”, dice Giobbe (Gb 1,21). Succederà la stessa cosa ai miliardari di oggi con il loro denaro e ai potenti che oggi fanno tremare il mondo con il loro potere. L’uomo, visto fuori della fede, non è che “un disegno creato dall’onda sulla spiaggia del mare che l’onda successiva cancella”.

Oggi c’è un ambito nuovo in cui è particolarmente necessario non conformarsi a questo mondo: le immagini. Gli antichi avevano coniato il motto: “Digiunare dal mondo” (nesteuein tou kosmou). Il motto risale a un detto non canonico attribuito a Gesù stesso: “Se non digiunerete dal mondo, non scoprirete il regno di Dio” (cfr CLEMENTE AL., Stromati, 111, 15). Oggi esso andrebbe inteso nel senso di digiunare dalle immagini del mondo. Una volta quello dei cibi e delle bevande era considerato il digiuno più efficace e necessario. Non è più così. Oggi si digiuna per tanti altri motivi: soprattutto per mantenere la linea. Nessun cibo, dice la Scrittura, è per sé impuro, mentre molte immagini lo sono. Esse sono diventate uno dei veicoli privilegiati con cui il mondo diffonde il suo antivangelo. Un inno della Quaresima esorta:  Usiamo parcamente  di parole, cibi e bevande, del sonno e dei divertimenti.

Siamo più vigili nel custodire i sensi.

Alla lista delle cose da usare parcamente - parole, cibi, bevande e sonno - bisognerebbe aggiungere, le immagini. Tra le cose che vengono dal mondo e non dal Padre, accanto alla concupiscenza della carne e la superbia della vita, san Giovanni pone significativamente “la concupiscenza degli occhi” (1Gv 2,16). Ricordiamo come cadde il re David… Quello che successe a lui guardando sul terrazzo della casa accanto, succede oggi spesso aprendo certi siti in internet.

Se in qualche momento ci sentiamo turbati da immagini impure, sia per imprudenza propria, sia per l’invadenza del mondo che caccia a forza le sue immagini negli occhi della gente, imitiamo quello che fecero nel deserto gli ebrei che erano morsi dai serpenti. Anziché perderci in sterili rimpianti, o cercare scuse nella nostra solitudine e nell’incomprensione degli altri, guardiamo un Crocifisso o andiamo davanti al Santissimo. “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15). Che il rimedio passi per dove è passato il veleno, cioè dagli occhi.

Fare la Pasqua, diceva SANT’AGOSTINO, significa “passare da questo mondo al Padre” (Gv 13,1), cioè passare a ciò che non passa! È necessario passare dal mondo per non passare con il mondo.