12° incontro

- Dal CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA (n. 2015)

Il cammino della perfezione passa attraverso la croce. Non c’è santità senza rinuncia e senza combattimento spirituale (cfr 2Tim 4). Il progresso spirituale comporta l’ascesi e la mortificazione, che gradatamente conducono a vivere nella pace e nella gioia delle beatitudini: “Colui che sale non cessa mai di andare di inizio in inizio; non si è mai finito di incominciare. Mai colui che sale cessa di desiderare ciò che già conosce” (SAN GREGORIO DI NISSA, Homiliae in Canticum, 8).

DECIMO COMANDAMENTO “NON DESIDERARE LA ROBA D’ALTRI” 

(prima parte)

 Il decimo proibisce la cupidigia dei beni altrui, che è la radice del furto, della rapina e della frode, vietati dal settimo comandamento. “La concupiscenza degli occhi” (1Gv 2,16) porta alla violenza e all’ingiustizia, proibite dal quinto comandamento (cfr Mi 2,2). La bramosia, come la fornicazione, trova origine nell’idolatria vietata nelle prime tre prescrizioni della Legge (cfr Sap 14,12). Il decimo comandamento riguarda l’intenzione del cuore.  

Il disordine delle cupidigie

Il decimo comandamento proibisce l’avidità e il desiderio di appropriarsi senza misura dei beni terreni, delle ricchezze e del potere in esse insito. Proibisce anche il desiderio di commettere un’ingiustizia, con la quale si danneggerebbe il prossimo nei suoi beni temporali.

La catechesi tradizionale indica con realismo “coloro che maggiormente devono lottare contro le cupidigie peccaminose” e che, dunque, “devono con più insistenza essere esortati ad osservare questo comandamento: sono, cioè, quei commercianti e quegli approvvigionatori di mercati che aspettano la scarsità delle merci e la carestia per trarne un profitto con accaparramenti e speculazioni; ... quei medici che aspettano con ansia le malattie; quegli avvocati e magistrati desiderosi di cause e di liti …” (CATECHISMO ROMANO, 3,37).

Il decimo comandamento esige che si bandisca dal cuore l’invidia. Allorché il profeta Natan volle suscitare il pentimento del re Davide, gli narrò la storia del povero che possedeva soltanto una pecora, la quale era per lui come una figlia, e del ricco che, malgrado avesse bestiame in gran numero, invidiava quel povero e finì per portargli via la sua pecora (cfr 2Sam 12,1-4). L’invidia può

condurre ai peggiori misfatti (cfr Gen 4,3-7; 1Re 21,1-29). È per l’invidia del diavolo che la morte è entrata nel mondo (cfr Sap 2,24). “Noi ci facciamo guerra vicendevolmente, ed è l’invidia ad armarci gli uni contro gli altri ... Se tutti si accaniscono così a far vacillare il corpo di Cristo, dove si arriverà? Siamo quasi in procinto di snervarlo ... Ci diciamo membra di un medesimo organismo e ci divoriamo come farebbero delle belve” (SAN GIOVANNI CRISOSTOMO).

L'invidia è un vizio capitale. Quando arriva a volere un grave male per il prossimo, diventa un peccato mortale. SANT’AGOSTINO vedeva nell’invidia “il peccato diabolico per eccellenza”. “Dall’invidia nascono l’odio, la maldicenza, la calunnia, la gioia causata dalla sventura del prossimo e il dispiacere causato dalla sua fortuna” (SAN GREGORIO MAGNO). 

L’invidia rappresenta una delle forme della tristezza e quindi un rifiuto della carità; il battezzato lotterà contro l’invidia mediante la benevolenza. L’invidia spesso è causata dall’orgoglio; il battezzato si impegnerà a vivere nell’umiltà. “Vorreste vedere Dio glorificato da voi? Ebbene, rallegratevi dei progressi del vostro fratello, ed ecco che Dio sarà glorificato da voi. Dio sarà lodato dalla vittoria sull’invidia riportata dal suo servo, che ha saputo fare dei meriti altrui il motivo della propria gioia” (SAN GIOVANNI CRISOSTOMO). 

I desideri dello Spirito

L’economia della Legge e della Grazia libera il cuore degli uomini dalla cupidigia e dall’invidia:

lo rivolge al desiderio del Sommo Bene; lo apre ai desideri dello Spirito Santo, che appaga il cuore umano. 

La Legge data a Israele non è bastata a giustificare coloro che le erano sottomessi; anzi, è diventata lo strumento della “concupiscenza” (cfr Rm 7,7). Il fatto che il volere e il fare non coincidano (cfr 7,15) indica il conflitto tra la legge di Dio, la quale è la “legge della mia mente” e un’altra legge “che mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra” (7,23). “Ora, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai profeti; giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono” (3,21-22). Da allora i credenti in Cristo “hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri” (Gal 5,24); essi sono guidati dallo Spirito (cfr Rm 8,14) e seguono i desideri dello Spirito (cfr 8,27).

La povertà di cuore

Ai suoi discepoli Gesù chiede di preferirlo a tutto e a tutti, e propone di “rinunziare a tutti” i loro “averi” (Lc 14,33) per lui e per il Vangelo (cfr Mc 8,35). Poco prima della sua Passione ha additato loro come esempio la povera vedova di Gerusalemme, la quale, nella sua miseria, ha dato tutto quanto aveva per vivere (cfr Lc 21,4). Il distacco dalle ricchezze è vincolante per entrare nel Regno dei cieli. Tutti i fedeli si sforzano “di rettamente dirigere i propri affetti, affinché dall’uso delle cose di questo mondo e dall’attaccamento alle ricchezze, contrario allo spirito della povertà evangelica, non siano impediti di tendere alla carità” (CONC. ECUM. VAT. II, Lumen gentium, 42).

“Beati i poveri in spirito” (Mt 5,3). Le beatitudini rivelano un ordine di felicità e di grazia, di bellezza e di pace. Gesù esalta la gioia dei poveri, ai quali già appartiene il Regno (cfr Lc 6,20). Il Verbo chiama “povertà di spirito” l’umiltà volontaria di uno spirito umano e il suo rinnegamento; e l’Apostolo ci addita come esempio la povertà di Dio quando dice: “Si è fatto povero per noi” (2Cor 8,9).  Il Signore apostrofa i ricchi, perché trovano la loro consolazione nell'abbondanza dei beni ( Lc 6,24). “Il superbo cerca la potenza terrena, mentre il povero in spirito cerca il Regno dei cieli” (sant’Agostino). L’abbandono alla Provvidenza del Padre del cielo libera dall’apprensione per il domani (cfr Mt 6,25-34). La fiducia in Dio prepara alla beatitudine dei poveri.

Vedere Dio

Il desiderio della vera felicità libera l’uomo dallo smodato attaccamento ai beni di questo mondo, per avere compimento nella visione e nella beatitudine di Dio. “La promessa di vedere Dio supera ogni felicità. Nella Scrittura, vedere equivale a possedere. Chi vede Dio, ha conseguito tutti i beni che si possano concepire” (SAN GREGORIO DI NISSA). Il popolo santo deve lottare, con la grazia che viene dall’Alto, per ottenere i beni che Dio promette. Per possedere e contemplare Dio, i cristiani trionfano, con la grazia di Dio, sulle seduzioni del piacere e del potere.

Nella piena comunione con Dio a cui siamo chiamati sarà la vera gloria, dove nessuno verrà lodato per sbaglio o per adulazione; il vero onore, che non sarà rifiutato a nessuno che ne sia degno, non sarà riconosciuto a nessuno che ne sia indegno. Vi sarà la vera pace, dove nessuno subirà avversità da parte di se stesso o da parte di altri. Premio della virtù sarà colui che diede la virtù e che promise Se stesso come ciò di cui non può esservi nulla di migliore e di più grande. “Sarò vostro Dio e voi sarete mio popolo” (Lv 16,12). Ancora questo indicano le parole dell'Apostolo: “Perché Dio

sia tutto in tutti” (1Cor 15,28). “Egli sarà il fine di tutti i nostri desideri, contemplato senza fine, amato senza fastidio, lodato senza stanchezza. Questo dono, questo affetto, questo atto sarà certamente comune a tutti, come la stessa vita eterna” (SANT’AGOSTINO). 

In sintesi

  • Il decimo comandamento proibisce la sfrenata cupidigia generata dalla brama smodata delle ricchezze e del potere insito in esse.
  • L’invidia è la tristezza che si prova davanti ai beni altrui e l’irresistibile desiderio di appropriarsene. È un vizio capitale.
  • Il battezzato combatte l’invidia con la benevolenza, l’umiltà e l'abbandono alla Provvidenza di Dio. - I cristiani “hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri” (Gal 5,24); sono guidati dallo Spirito e seguono i suoi desideri.
  • Il distacco dalle ricchezze è indispensabile per entrare nel Regno dei cieli.
  • Il vero desiderio dell'uomo è vedere Dio. La sete di Dio è estinta dall’acqua della vita eterna (cfr Gv 4,14).

 

- Dalle Prediche di PADRE RANIERO CANTALAMESSA (dalla Quinta di Quaresima, del 23 marzo 2018) 

“INDOSSIAMO LE ARMI DELLA LUCE” - LA PUREZZA CRISTIANA

(prima parte) “La notte è avanzata il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri” (Rm 13,12-14).

Purezza, bellezza e amore del prossimo

Nella luce nuova scaturita dal mistero pasquale e illustrataci da san Paolo, l’ideale della purezza occupa un posto privilegiato in ogni sintesi della morale cristiana del Nuovo Testamento. Non c’è, si può dire, una lettera di san Paolo in cui egli non dedichi a esso uno spazio, quando descrive la vita nuova nello Spirito (cfr per esempio, Ef 4,17-5,33; Col 3,5-12). Tale esigenza fondamentale di purezza si specifica, di volta in volta, secondo i diversi stati di vita dei cristiani. Le epistole pastorali mostrano come deve configurarsi la purezza nei giovani, nelle donne, negli sposati, negli anziani, nelle vedove, nei presbiteri e nei vescovi; ci presentano la purezza nelle sue varie facce di castità, fedeltà coniugale, sobrietà, continenza, verginità, pudore.

Nel suo insieme, questo aspetto della vita cristiana determina quello che il Nuovo Testamento – in modo speciale, le Epistole pastorali – chiama la “bellezza” o il carattere “bello” della vocazione cristiana, che, fondendosi con l’altro tratto, quello della bontà, forma l’ideale unico della “buona bellezza”, o della “bella bontà” (in greco, kalokagathia). La tradizione cristiana, chiamando la purezza la “bella virtù”, ha raccolto questa visione biblica, che esprime, nonostante gli abusi e le accentuazioni troppo unilaterali che pure ci sono stati, qualcosa di profondamente vero. Purezza, anche nel linguaggio comune, è sinonimo di bellezza!

Tale purezza è uno stile di vita, più che una singola virtù. Ha una gamma di manifestazioni. C’è una purezza del corpo, ma c’è anche una purezza del cuore che rifugge, non solo dagli atti, ma anche dai desideri e dai pensieri “brutti” (cfr Mt 5,8.27-28). C’è poi una purezza della bocca che consiste, negativamente, nell’astenersi da parole oscene, da volgarità e insulsaggini (cfr Ef 5,4; Col 3,8) e, positivamente, nella sincerità e schiettezza del parlare, cioè nel dire: “sì, sì” e “no, no”, a imitazione dell’Agnello immacolato “nella cui bocca non si trovò inganno” (cfr 1Pt 2,22).

C’è infine una purezza o limpidezza degli occhi e dello sguardo. L’occhio – diceva Gesù – è la lucerna del corpo; se l’occhio è puro e chiaro, tutto il corpo è nella luce (cfr Mt 6,22s; Lc 11,34). San Paolo usa un’immagine molto suggestiva per indicare questo stile di vita nuovo: dice che i cristiani, nati dalla Pasqua di Cristo, devono essere degli “azzimi di purezza e di sincerità” (cfr 1Cor 5,8). Il termine usato qui dall’Apostolo – eilikrinéia – contiene, per sé, l’immagine di una “trasparenza solare” (eile, splendore solare e krino, giudico). Nel nostro stesso testo egli parla della purezza come di un’ “arma della luce”.

Oggigiorno, si tende a contrapporre tra di loro i peccati contro la purezza e i peccati contro il prossimo e si tende a considerare vero peccato solo quello contro il prossimo; si ironizza, talvolta, sul culto eccessivo accordato, in passato, alla “bella virtù”. Questo atteggiamento, in parte, è spiegabile. La morale aveva accentuato troppo unilateralmente, in passato, i peccati della carne, fino a creare, talvolta, delle vere e proprie nevrosi, a scapito dell’attenzione ai doveri verso il prossimo e a scapito della stessa virtù della purezza che veniva, in tal modo, immiserita e ridotta a virtù quasi solo negativa, la virtù di saper dire di no. Ora però si è passati all’eccesso opposto e si tende a minimizzare i peccati contro la purezza, a vantaggio (spesso soltanto verbale) di un’attenzione al prossimo.

L’errore di fondo sta nel contrapporre queste due virtù. La parola di Dio, lungi dal contrapporre purezza e carità, le collega invece strettamente tra di loro. Basta leggere la Prima lettera ai Tessalonicesi per rendersi conto di come le due cose siano tra loro interdipendenti secondo l’Apostolo (cfr 4,3-12). Il fine unico di purezza e carità è di poter condurre una vita “piena di decoro”, cioè integra in tutte le sue relazioni, sia in relazione a se stessi che in relazione agli altri. Nel nostro testo, l’Apostolo riassume tutto ciò con l’espressione: “comportarsi onestamente come in pieno giorno” (cfr Rm 13,13).

Purezza e amore del prossimo stanno tra loro come dominio di sé e donazione agli altri. Come posso donarmi, se non mi possiedo, ma sono schiavo delle mie passioni? È una illusione quella di credere di poter mettere insieme un autentico servizio ai fratelli, che richiede sempre sacrificio, altruismo, dimenticanza di sé e generosità, e una vita personale disordinata, tesa tutta a compiacere se stessi e le proprie passioni. Si finisce, inevitabilmente, per strumentalizzare i fratelli, come si strumentalizza il proprio corpo. Non sa dire dei “sì” ai fratelli chi non sa dire dei “no” a se stesso.

Una delle “scuse” che più contribuiscono a favorire il peccato di impurità, nella mentalità della gente, e a scaricarlo di ogni responsabilità è che, tanto, esso non fa del male ad alcuno, non viola i diritti e la libertà degli altri, a meno - si dice - che si tratti di violenza carnale. Ma a parte il fatto che esso viola il diritto fondamentale di Dio di dare una legge alle sue creature, questa “scusa” è falsa anche nei confronti del prossimo. Non è vero che il peccato di impurità finisce con chi lo commette. C’è una solidarietà tra loro di tutti i peccati. Ogni peccato, dovunque e da chiunque venga commesso, contagia e inquina l’ambiente morale dell’uomo; questo contagio è chiamato da Gesù “lo scandalo” ed è condannato da lui con alcune delle parole più terribili di tutto il Vangelo (cfr Mt 18,6ss; Mc 9,42ss; Lc 17,1s). Anche i cattivi pensieri che ristagnano nel cuore, secondo Gesù, inquinano l’uomo e quindi il mondo: “Dal cuore provengono i propositi malvagi; gli omicidi gli adultèri le prostituzioni... Queste sono le cose che inquinano l’uomo” (Mt 15,19-20).

Ogni peccato produce un’erosione dei valori e tutti insieme creano quella che Paolo definisce “la legge del peccato” e di cui illustra il terribile potere su tutti gli uomini (cfr Rm 7,14ss). Nel TALMUD ebraico si legge un apologo che illustra bene la solidarietà che c’è nel peccato e il danno che ogni peccato, anche personale, reca agli altri: “Alcune persone si trovavano a bordo di una barca. Una di esse prese un trapano e cominciò a fare un buco sotto di sé. Gli altri passeggeri, vedendo, gli dissero: - Che fai? Egli rispose: - Che cosa importa a voi? Non sto forse facendo il buco sotto il mio sedile? Ma essi replicarono:

- Sì, ma l’acqua entrerà e ci annegherà tutti!”. La natura stessa ha cominciato a inviarci sinistri segnali di protesta contro certi moderni abusi ed eccessi nella sfera della sessualità.

 

  1. B) Per lo svolgimento dell’assemblea di Cenacolo/Delegazione o l’incontro di vita comune

Si propone di introdurre l’assemblea pregando il SALMO 118,33-40 e riascoltando la proclamazione del “più grande Comandamento” in MC 12,28-34.

- Dal CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA (n. 2016)

I figli della santa Chiesa nostra Madre sperano giustamente la grazia della perseveranza finale e la ricompensa di Dio loro Padre per le buone opere compiute con la sua grazia, in comunione con Gesù (cfr CONCILIO DI TRENTO, 1576). Osservando la medesima regola di vita, i credenti condividono “la beata speranza” di coloro che la misericordia divina riunisce nella “città santa, la nuova

Gerusalemme” che scende “dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap 21,2). 

 

- Da PAPA FRANCESCO, Catechesi sui Comandamenti (14/B, del 28 novembre 2018)

LA LEGGE NUOVA IN CRISTO E I DESIDERI SECONDO LO SPIRITO

Gal 5,16-17.22-23 Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nella catechesi di oggi, che conclude il percorso sui Dieci Comandamenti, possiamo utilizzare come tema-chiave quello dei desideri, che ci permette di ripercorrere il cammino fatto e riassumere le tappe compiute leggendo il testo del Decalogo, sempre alla luce della piena rivelazione in Cristo.

Siamo partiti dalla gratitudine come base della relazione di fiducia e di obbedienza: Dio, abbiamo visto, non chiede niente prima di aver dato molto di più. Egli ci invita all’obbedienza per riscattarci dall’inganno delle idolatrie che tanto potere hanno su di noi. Infatti, cercare la propria realizzazione negli idoli di questo mondo ci svuota e ci schiavizza, mentre ciò che dà statura e consistenza è il rapporto con Lui che, in Cristo, ci rende figli a partire dalla sua paternità (cfr Ef 3,14-16).

Questo implica un processo di benedizione e di liberazione, che sono il riposo vero, autentico. Come dice il Salmo: «Solo in Dio riposa l’anima mia: da lui la mia salvezza» (Sal 62,2).

Questa vita liberata diventa accoglienza della nostra storia personale e ci riconcilia con ciò che, dall’infanzia al presente, abbiamo vissuto, facendoci adulti e capaci di dare il giusto peso alle realtà e alle persone della nostra vita. Per questa strada entriamo nella relazione con il prossimo che, a partire dall’amore che Dio mostra in Gesù Cristo, è una chiamata alla bellezza della fedeltà, della generosità e della autenticità.

Ma per vivere così – cioè nella bellezza della fedeltà, della generosità e dell’autenticità – abbiamo bisogno di un cuore nuovo, inabitato dallo Spirito Santo (cfr Ez 11,19; 36,26). Io mi domando: come avviene questo “trapianto” di cuore, dal cuore vecchio al cuore nuovo? Attraverso il dono di desideri nuovi (cfr Rm 8,6) che vengono seminati in noi dalla grazia di Dio, in modo particolare attraverso i Dieci Comandamenti portati a compimento da Gesù, come Lui insegna nel “discorso della montagna” (cfr Mt 5,17-48). Infatti, nella contemplazione della vita descritta dal Decalogo, ossia un’esistenza grata, libera, autentica, benedicente, adulta, custode e amante della vita, fedele, generosa e sincera, noi, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo davanti a Cristo. Il Decalogo è la sua “radiografia”, lo descrive come un negativo fotografico che lascia apparire il suo volto – come nella sacra Sindone. E così lo Spirito Santo feconda il nostro cuore mettendo in esso i desideri che sono un dono suo, i desideri dello Spirito. Desiderare secondo lo Spirito, desiderare al ritmo dello Spirito, desiderare con la musica dello Spirito.

Guardando a Cristo vediamo la bellezza, il bene, la verità. E lo Spirito genera una vita che, assecondando questi suoi desideri, innesca in noi la speranza, la fede e l’amore.

Così scopriamo meglio cosa significhi che il Signore Gesù non è venuto per abolire la legge ma per dare compimento, per farla crescere, e mentre la legge secondo la carne era una serie di prescrizioni e di divieti, secondo lo Spirito questa stessa legge diventa vita (cfr Gv 6,63; Ef 2,15), perché non è più una norma ma la carne stessa di Cristo, che ci ama, ci cerca, ci perdona, ci consola e nel suo Corpo ricompone la comunione con il Padre, perduta per la disobbedienza del peccato. E così la negatività letteraria, la negatività nell’espressione dei comandamenti - “non rubare”, “non insultare”, “non uccidere” – quel “non” si trasforma in un atteggiamento positivo: amare, fare posto agli altri nel mio cuore, tutti desideri che seminano positività. E questa è la pienezza della legge che Gesù è venuto a portarci.

In Cristo, e solo in Lui, il Decalogo smette di essere condanna (cfr Rm 8,1) e diventa l’autentica verità della vita umana, cioè desiderio di amore – qui nasce un desiderio del bene, di fare il bene – desiderio di gioia, desiderio di pace, di magnanimità, di benevolenza, di bontà, di fedeltà, di mitezza, dominio di sé. Da quei “no” si passa a questo “sì”: l’atteggiamento positivo di un cuore che si apre con la forza dello Spirito Santo.

Ecco a che cosa serve cercare Cristo nel Decalogo: a fecondare il nostro cuore perché sia gravido di amore, e si apra all’opera di Dio. Quando l’uomo asseconda il desiderio di vivere secondo Cristo, allora sta aprendo la porta alla salvezza, la quale non può che arrivare, perché Dio Padre è generoso e, come dice il Catechismo, «ha sete che noi abbiamo sete di lui» (n. 2560).

Se sono i desideri malvagi che rovinano l’uomo (cfr Mt 15,18-20), lo Spirito depone nel nostro cuore i suoi santi desideri, che sono il germe della vita nuova (cfr 1 Gv 3,9). La vita nuova infatti non è il titanico sforzo per essere coerenti con una norma, ma la vita nuova è lo Spirito stesso di Dio che inizia a guidarci fino ai suoi frutti, in una felice sinergia fra la nostra gioia di essere amati e la sua gioia di amarci. Si incontrano le due gioie: la gioia di Dio di amarci e la nostra gioia di essere amati. 

Ecco cos’è il Decalogo per noi cristiani: contemplare Cristo per aprirci a ricevere il suo cuore, per ricevere i suoi desideri, per ricevere il suo Santo Spirito.

 

- Da FABIO ROSINI, Prefazione alle Catechesi dei Comandamenti di papa Francesco (2^ parte)

PAROLE, NON COMANDI

Ed ecco le due udienze più importanti, quelle finali, che riguardano entrambe gli ultimi due comandi – che per la tradizione ebraica sono in realtà uno solo: “non desiderare”.

Le Parole “non desiderare il coniuge altrui; non desiderare i beni altrui” sono presentate in due parti come le due facce di una stessa realtà: la pars destruens e la pars construens. Non una senza l’altra.

Anzitutto c’è da ammettere i desideri malvagi, perché tutto il male nasce dal cuore, come dice Cristo stesso, e non guariremo mai l’uomo senza sanare l’origine dei suoi atti; comincia così la terapia che si gioca su quell’amarezza di cui si è parlato più sopra, che funge da valida diagnosi, ossia da buon punto di partenza per una terapia seria. E papa Francesco richiama esplicitamente il testo che ispira questa dinamica, ossia il settimo capitolo della Lettera ai Romani, laddove Paolo arriva a dire cose del tipo: “Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto… infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio… Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?” (Rm 7,15.19.24).

Ammettere la sorgente del disordine dentro di sé e riconoscersi impotenti di fronte a questa dinamica interiore è la strada per arrivare alla verità che la legge non può che svelarci: che siamo poveri, che abbiamo bisogno di essere liberati da una dinamica distruttiva che è in noi. E il PAPA dice senza messi termini: “È vano pensare di purificare il nostro cuore in uno sforzo titanico della nostra sola volontà: questo non è possibile”. 

Ecco manifestata la sorprendente logica della legge biblica per come in Cristo si compie: non serve ad addestrare un esercito di soldatini che cerchino inutilmente di riuscire a compierla ma a smascherare il cuore umano nella sua miseria, e arrivare allo scopo perseguito sin dall’inizio: “le ultime parole del Decalogo educano tutti a riconoscersi mendicanti”.

E questo a che serve? Ad aprire il cuore allo Spirito Santo, l’unico che può mettere nell’uomo la vita stessa di Dio. E come farà?

Ecco l’ultima udienza: una descrizione semplice eppure abissalmente profonda del dono del cuore nuovo, un dono che passa per i desideri dello Spirito.

Infatti: “…nella contemplazione della vita descritta dal Decalogo, … noi, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo davanti a Cristo. Il Decalogo è la sua «radiografia», lo descrive come un negativo fotografico che lascia apparire il suo volto – come nella sacra Sindone. E così lo Spirito Santo feconda il nostro cuore mettendo in esso i desideri che sono un dono suo, i desideri dello Spirito”.

Il movimento di riferire ognuna delle “Dieci Parole” a Cristo non era un doveroso passaggio teologico ma la verità profonda del Decalogo. Le “Dieci Parole” descrivono la vita, il cuore, gli atti di Cristo, e, mentre mostrano una bellezza sconfinata, rivelano quel che più profondamente desideriamo, qualcosa che l’uomo ha in sé perché è creato ad immagine e somiglianza di quella bellezza.

In realtà le Parole sull’idolatria, sulla relazione autentica con Dio, sul vero riposo, sull’amore per le proprie radici, sulla cura della vita, sulla fedeltà, sulla generosità e sulla verità sono quel che desideriamo incontrare, quel che è bello, quel che è giusto e vero e ci dà gioia. È l’uomo, la donna che vorremmo essere e che da soli non possiamo essere, ma soprattutto è quel che la Chiesa annunzia essersi fatto carne in Cristo e in coloro che da Lui riscattati, ne ricevono lo Spirito.

Alla fin fine queste catechesi accendono questi desideri, fecondano la voglia di amare, e aprono all’opera di Dio in noi. Un seme che, come già detto, innesca il più biblico dei processi di salvezza: essere smascherati dalla legge per aprirsi alla grazia. Niente di nuovo, eppure tutto questo è sorprendete, consolante, incoraggiante, positivo, costruttivo.

Potremmo riassumere in una immagine la “svolta” che queste udienze possono dare a chi le accolga con semplicità e con profondità? La parola più ripetuta in tutte le catechesi, probabilmente, è “figlio”.

Il poter ricondurre tutta la logica dell’obbedienza a Dio da una mentalità da sudditi ad una fiducia da figli dipende dall’immagine che si ha di Dio, e il SANTO PADRE dice: “La prima norma che Dio ha dato all’uomo, è l’imposizione di un despota che vieta e costringe, o è la premura di un papà che sta curando i suoi piccoli e li protegge dall’autodistruzione?... I suoi comandamenti sono solo una legge o contengono una parola, per curarsi di me? Dio è padrone o Padre?”, e aggiunge, a braccio: “Dio è Padre:

non dimenticatevi mai questo!”. Non siamo sudditi, siamo figli.

 

- Dalle Prediche di PADRE RANIERO CANTALAMESSA (dalla Quinta di Quaresima, del 23 marzo 2018)

“INDOSSIAMO LE ARMI DELLA LUCE” - LA PUREZZA CRISTIANA

(seconda parte)

Purezza e rinnovamento

Studiando la storia delle origini cristiane, si vede con chiarezza che due furono i principali strumenti con cui la Chiesa riuscì a trasformare il mondo pagano di allora; il primo fu l’annuncio della Parola, il kerygma, e il secondo la testimonianza di vita dei cristiani, la martyria; e si vede come, nell’ambito della testimonianza di vita, due furono, di nuovo, le cose che maggiormente stupivano e convertivano i pagani: l’amore fraterno e la purezza dei costumi. Già la Prima lettera di Pietro accenna allo stupore del mondo pagano di fronte al tenore di vita così diverso dei cristiani. Scrive: “Basta col tempo trascorso nel soddisfare le passioni del paganesimo, vivendo nelle dissolutezze, nelle passioni; nelle crapule, nei bagordi, nelle ubriachezze e nel culto illecito degli idoli. Per questo trovano strano che voi non corriate insieme con loro verso questo torrente di perdizione” (1Pt 4,3-4).

Gli Apologisti - cioè gli scrittori cristiani che scrivevano in difesa della fede, nei primi secoli della Chiesa - attestano che il tenore di vita puro e casto dei cristiani era, per i pagani, qualcosa di “straordinario e incredibile”. In particolare, ebbe un impatto straordinario sulla società pagana il risanamento della famiglia, che le autorità del tempo volevano riformare, ma di cui erano impotenti a frenare il disfacimento. Uno degli argomenti sui quali SAN GIUSTINO MARTIRE basa la sua “Apologia” indirizzata all’imperatore Antonino Pio, è questa: gli imperatori romani sono preoccupati di risanare i costumi e la famiglia e si sforzano di emanare, a tale scopo, opportune leggi, che si rivelano, però, insufficienti. Ebbene, perché non riconoscere quello che sono state capaci di ottenere le leggi cristiane presso coloro che le hanno accolte e l’aiuto che esse possono dare anche alla società civile?

Non bisogna pensare che la comunità cristiana fosse tutta esente da disordini e peccati. San Paolo aveva dovuto riprendere un caso, addirittura, di incesto nella comunità di Corinto. Ma tali peccati venivano chiaramente riconosciuti come tali, denunciati e corretti. Non si esigeva di essere senza peccato, in questa materia, come nel resto, ma di lottare contro il peccato.

Ora facciamo un salto dalle origini cristiane ai nostri giorni. Qual è la situazione del mondo d’oggi, riguardo alla purezza? La stessa, se non peggiore, di quella di allora! Noi viviamo in una società che, in fatto di costumi, è ripiombata in pieno paganesimo e in piena idolatria del sesso. La tremenda denuncia che san Paolo fa del mondo pagano, all’inizio della Lettera ai Romani, si applica, punto per punto, al mondo d’oggi, specie nelle società cosiddette del benessere (cfr Rm 1,26-27.32).

Anche oggi, non solo si fanno queste cose e altre peggiori, ma si tenta anche di giustificarle, di giustificare cioè, ogni licenza morale e ogni perversione sessuale, purché – si dice – essa non faccia violenza agli altri e non leda la libertà altrui. Si distruggono famiglie intere e si dice: che male c’è? È indubbio che certi giudizi della morale sessuale tradizionale andavano rivisti e che le moderne scienze dell’uomo hanno contribuito a fare luce su certi meccanismi e condizionamenti della psiche umana che tolgono o diminuiscono la responsabilità morale di certi comportamenti considerati, un tempo, peccaminosi.

Ma questo progresso non ha nulla a che vedere con il pansessualismo di certe teorie pseudo scientifiche e permissiviste che tende a negare ogni norma oggettiva in fatto di morale sessuale, riducendo tutto a un fatto di evoluzione spontanea dei costumi, cioè a un fatto di cultura. Se esaminiamo da vicino quella che viene chiamata la rivoluzione sessuale dei nostri giorni, ci accorgiamo, con spavento, che essa non è semplicemente una rivoluzione contro il passato, ma è, spesso, anche una rivoluzione contro Dio e talvolta contro la stessa natura umana. 

Puri di cuore!

Ma non voglio indugiare troppo a lungo a descrivere la situazione in atto intorno a noi, che, del resto, tutti conosciamo bene. A me preme, infatti, di scoprire e trasmettere cosa Dio vuole da noi cristiani in tale situazione. Dio ci chiama alla stessa impresa alla quale chiamò i nostri primi fratelli di fede: a “opporci a questo torrente di perdizione”. Ci chiama a far risplendere di nuovo, davanti agli occhi del mondo, la “bellezza” della vita cristiana. Ci chiama a lottare per la purezza. A lottare con tenacia e umiltà; non necessariamente a essere, tutti e subito, perfetti.

Oggi c’è qualcosa di nuovo che lo Spirito Santo ci chiama a fare: ci chiama a testimoniare al mondo l’innocenza originaria delle creature e delle cose. Il mondo è sprofondato molto in basso; il sesso – è stato scritto – ci è salito al cervello a tutti. Occorre qualcosa di molto forte, per rompere questa specie di narcosi e di ubriacatura di sesso. Occorre ridestare nell’uomo la nostalgia di innocenza e di semplicità che egli porta struggente nel suo cuore, anche se tanto spesso ricoperta di fango.

Non di una innocenza di creazione che non c’è più, ma di una innocenza di redenzione che ci è stata ridonata da Cristo e che ci è offerta nei sacramenti e nella parola di Dio. San Paolo addita questo programma quando scrive ai Filippesi: “Siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita” (Fil 2,15s). È questo quello che l’Apostolo chiama, nel nostro testo, “indossare le armi della luce”.

Non basta più una purezza fatta di paure, di tabù, di divieti, di fuga reciproca tra l’uomo e la donna, come se l’una fosse, sempre e necessariamente, un’insidia per l’altro e un potenziale nemico, più che un “aiuto”. In passato, la purezza si era ridotta, talvolta, almeno nella pratica, proprio a questo complesso di tabù, di divieti, e di paure, come se fosse la virtù a doversi vergognare davanti al vizio e non, invece, il vizio a doversi vergognare davanti alla virtù.

Dobbiamo aspirare, grazie alla presenza in noi dello Spirito, a una purezza che sia più forte del vizio contrario; una purezza positiva, non solo negativa, che sia in grado di farci sperimentare la verità di quella parola dell’Apostolo: “Tutto è puro per chi è puro!” (Tt 1,15) e di quest’altra parola della Scrittura: “Colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo” (1Gv 4,4).

Dobbiamo cominciare con il risanare la radice che è il “cuore”, perché è da lì che esce tutto ciò che inquina veramente la vita di una persona (cfr Mt 15,18s). Diceva Gesù: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio!” (Mt 5,8). Essi vedranno veramente, cioè avranno occhi nuovi per vedere il mondo e Dio, occhi limpidi che sanno scorgere ciò che è bello e ciò che è brutto, ciò che è verità e ciò che è menzogna, ciò che è vita e ciò che è morte. Occhi insomma come quelli di Gesù. Occhi come quelli di Maria. La purezza non consiste più, allora, nel dire “no” alle creature, ma nel dire a esse “sì”; sì in quanto creature di Dio che erano, e restano, “molto buone”.

Noi non ci illudiamo. Per poter dire questo “sì”, bisogna passare attraverso la croce, perché dopo il peccato, il nostro sguardo sulle creature si è intorbidito; si è scatenata in noi la concupiscenza; la sessualità non è più pacifica, è diventata una forza ambigua e minacciosa che ci trascina contro la legge di Dio, a dispetto della nostra stessa volontà. Le cronache quotidiane di scandali, ahimè, anche tra il clero e le persone consacrate, si incaricano di ricordarci questa triste realtà. Nella prima meditazione di questa Quaresima abbiamo insistito su un aspetto particolarmente attuale e necessario della mortificazione: quella degli occhi. Un sano digiuno dalle immagini è oggi più importante che il digiuno dai cibi e dalle bevande.

Concludiamo con un’ultima parola dell’Apostolo che, in questa Quaresima, ci ha guidato alla scoperta dei frutti dello Spirito e delle virtù cristiane. Dopo aver severamente condannato il caso di immoralità che si era verificato nella comunità, san Paolo, scrivendo, pare, nell’imminenza della festa di Pasqua, rivolge ai fedeli di Corinto questa esortazione che accogliamo come rivolta ora a noi: “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità” (1Cor 5,7-8).