PER L’ANNO 2014 - 2015
per i consacrati del I e del II ramo

Tema:

I SETTE VIZI CAPITALI – LA LOTTA SPIRITUALE (II parte)

“Virtù è ciò che si fa con passione; vizio è ciò che non si riesce ad abbandonare per via della passione” (sant’Agostino).

PREMESSA GENERALE

Questa formazione inizia con un concetto fondamentale, già espresso più volte, ma sempre da rinnovare per vivere ed alimentare in modo sicuro, vero e giusto la nostra fede: tutto si tratta in relazione tra Sacra Scrittura, Tradizione e Magistero della Chiesa perché “… per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non poter sussistere l’uno senza l’altro e tutti insieme, ciascuno secondo il proprio modo, sotto l’azione del medesimo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime” (Dei Verbum, 10).

Anche papa Francesco, il 12 aprile 2013, rivolto a quei teologi e biblisti che producono un relativismo interpretativo nell’esegesi della Bibbia, ritenendosi autonomi dal Magistero e dalla Tradizione della Chiesa, disse: “L’interpretazione delle Sacre Scritture non può essere soltanto uno sforzo scientifico individuale, ma deve essere sempre confrontata, inserita e autenticata dalla tradizione vivente della Chiesa,… occorre collocarsi nella corrente della grande Tradizione… e sotto la guida del Magistero”.

In questa seconda parte del tema proposto si leggerà la Sacra Scrittura nel corpo vivo della Chiesa; per esempio l’elenco dei vizi capitali, preso dal Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica nel seguente ordine: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia, non lo troviamo così formulato nella Sacra Scrittura, ma scaturisce dalla Tradizione e dal Magistero della Chiesa. Come potremo vedere, i Padri, sia dell’Occidente che dell’Oriente, ne hanno ricavato il contenuto dal senso spirituale della Sacra Scrittura.

Si ricorda che nel programma di formazione per l’anno 2013-2014 si sono presi in considerazione i tre vizi: superbia, avarizia e lussuria; in questa seconda parte si propone l’esposizione degli altri quattro: ira, gola, invidia e accidia. Si può rileggere la storia per l’individuazione dei principali vizi nel Not. 126, pagg. 5-6.

Per dare un senso profondo e compiuto della motivazione di questo studio citiamo don Divo Barsotti: «Termine ultimo della vita cristiana è l’Eucarestia: nell’Eucarestia c’è la comunione più intima col Signore. Non è più soltanto ontologica ma è unità nella volontà, nelle potenze, in tal modo che tutte le tue potenze vibrano e vivono della vita del Cristo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. Attraverso l’Eucarestia si giunge a questo. Se siamo santi, abbiamo realizzato precisamente quello che il sacramento eucaristico deve realizzare in noi.

Questo è il cammino di tutta la vita, ma la vita umana conosce la malattia. Ed ecco allora il sacramento della Penitenza. Bisogna restaurare le forze. Ci sono anche delle involuzioni, non è tanto facile un cammino continuo verso la santità, verso la bellezza. Purtroppo noi rimaniamo capaci ancora di peccare. E allora ecco la necessità di un sacramento che restauri l’uomo, gli doni una nuova sanità. Non si tratta di dargli una nuova vita, intendiamoci, perché in fondo, radicalmente, noi siamo in Cristo e rimaniamo in Cristo. Ecco perché rimanendo in Cristo, fin tanto che si vive, noi rimaniamo nella comunione della Chiesa, nella comunione dei Santi. E se viviamo in comunione della Chiesa e dei Santi, avviene che o prima o dopo l’azione della Chiesa agisce in noi e ci riporta alla piena sanità. Basta che viviamo in un contatto reale e personale vivo con la Chiesa di Dio. Il fatto di rimanere uniti alla Chiesa deve dare a noi, non la sicurezza assoluta, ma una certezza morale della nostra salvezza. Rimanete fedeli alla Chiesa, rimanete uniti ad essa. È evidente che se questo dito malato rimane unito alla mano o fa cancrena e porta pian piano alla morte anche me, oppure si risana» (da Spiritualità liturgica, appunti presi alle lezioni presso lo Studio Teologico fiorentino, anno 1985-86).

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Con il Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 1846-1869) continuiamo il nostro argomento cercando di approfondire ciò che l’anno scorso avevamo accennato: il senso della Misericordia e il senso del peccato riflettendo con particolare attenzione sui vizi capitali.

I. La misericordia e il peccato

1846 Il Vangelo è la rivelazione, in Gesù Cristo, della misericordia di Dio verso i peccatori (cfr. Lc 15). L'angelo lo annunzia a Giuseppe: “Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,21). La stessa cosa si può dire dell'Eucaristia, sacramento della Redenzione: “Questo è il mio sangue dell'Alleanza, versato per molti in remissione dei peccati” (Mt 26,28).

1847 “Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi” (sant'Agostino). L'accoglienza della sua misericordia esige da parte nostra il riconoscimento delle nostre colpe. “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa” (1Gv 1,8-9).

1848 Come afferma san Paolo: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia”. La grazia però, per compiere la sua opera, deve svelare il peccato per convertire il nostro cuore e accordarci “la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore” (Rm5,20-21). Come un medico che esamina la piaga prima di medicarla, Dio, con la sua Parola e il suo Spirito, getta una viva luce sul peccato: 

«La conversione richiede la convinzione del peccato, contiene in sé il giudizio interiore della coscienza, e questo, essendo una verifica dell'azione dello Spirito di verità nell'intimo dell'uomo, diventa nello stesso tempo il nuovo inizio dell'elargizione della grazia e dell'amore: “Ricevete lo Spirito Santo”. Così in questo “convincere quanto al peccato” scopriamo una duplice elargizione: il dono della verità della coscienza e il dono della certezza della redenzione.

Lo Spirito di verità è il Consolatore” (san Giovanni Paolo II,DV 31).

II. La definizione di peccato

1849 Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all'amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell'uomo e attenta alla solidarietà umana. È stato definito “una parola, un atto o un desiderio contrari alla legge eterna” (sant'Agostino e san Tommaso d'Aquino).

1850 Il peccato è un'offesa a Dio: “Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto” (Sal 50,6). Il peccato si erge contro l'amore di Dio per noi e allontana da esso i nostri cuori. Come il primo peccato, è una disobbedienza, una ribellione contro Dio, a causa della volontà di diventare “come Dio” (Gen 3,5), conoscendo e determinando il bene e il male. Il peccato pertanto è “amore di sé fino al disprezzo di Dio” (sant'Agostino). Per tale orgogliosa esaltazione di sé, il peccato è diametralmente opposto all'obbedienza di Gesù, che realizza la salvezza (cfr. Fil 2,6-9).

1851 È proprio nella Passione, in cui la misericordia di Cristo lo vincerà, che il peccato manifesta in sommo grado la sua violenza e la sua molteplicità: incredulità, odio omicida, rifiuto e scherno da parte dei capi e del popolo, vigliaccheria di Pilato e crudeltà dei soldati, tradimento di Giuda tanto pesante per Gesù, rinnegamento di Pietro, abbandono dei discepoli. Tuttavia, proprio nell'ora delle tenebre e del Principe di questo mondo (cfr. Gv 14,30), il sacrificio di Cristo diventa segretamente la sorgente dalla quale sgorgherà inesauribilmente il perdono dei nostri peccati.

III. La diversità dei peccati

1852 La varietà dei peccati è grande. La Scrittura ne dà parecchi elenchi. La Lettera ai Galati contrappone le opere della carne al frutto dello Spirito: “Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il Regno di Dio” (Gal5,19-21).

1853 I peccati possono essere distinti secondo il loro oggetto, come si fa per ogni atto umano, oppure secondo le virtù alle quali si oppongono, per eccesso o per difetto, oppure secondo i comandamenti cui si oppongono. Si possono anche suddividere secondo che riguardano Dio, il prossimo o se stessi; si possono distinguere in peccati spirituali e carnali, o ancora in peccati di pensiero, di parola, di azione e di omissione. La radice del peccato è nel cuore dell'uomo, nella sua libera volontà, secondo quel che insegna il Signore: “Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l'uomo” (Mt 15,19-20). Il cuore è anche la sede della carità, principio delle opere buone e pure, che il peccato ferisce.

IV. La gravità del peccato: peccato mortale e veniale

1854 È opportuno valutare i peccati in base alla loro gravità. La distinzione tra peccato mortale e peccato veniale, già adombrata nella Scrittura (cfr. 1Gv 5,16-17), si è imposta nella Tradizione della Chiesa. L'esperienza degli uomini la convalida.

1855 Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell'uomo a causa di una violazione grave della legge di Dio; distoglie l'uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore. Il peccato veniale lascia sussistere la carità, quantunque la offenda e la ferisca.

1856 Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione: “Quando la volontà si orienta verso una cosa di per sé contraria alla carità, dalla quale siamo ordinati al fine ultimo, il peccato, per il suo stesso oggetto, ha di che essere mortale... tanto se è contro l'amore di Dio, come la bestemmia, lo spergiuro ecc., quanto se è contro l'amore del prossimo, come l'omicidio, l'adulterio, ecc... Invece, quando la volontà del peccatore si volge a una cosa che ha in sé un disordine, ma tuttavia non va contro l'amore di Dio e del prossimo, è il caso di parole oziose, di riso inopportuno, ecc., tali peccati sono veniali” (san Tommaso d'Aquino).

1857 Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: “È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso” (san Giovanni Paolo II, RP 17).

1858 La materia grave è precisata dai “Dieci comandamenti”, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre” (Mc 10,19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tener conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo.

1859 Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e totale consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell'atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L'ignoranza simulata e la durezza del cuore (cfr. Mc 3,5-6; Lc 16,19-31) non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono.

1860 L'ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l'imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave.

1861 Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l'esclusione dal Regno di Cristo e la morte eterna dell'inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se noi possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.

1862 Si commette un peccato veniale quando, trattandosi di materia leggera, non si osserva la misura prescritta dalla legge morale, oppure quando si disobbedisce alla legge morale in materia grave, ma senza piena consapevolezza e senza totale consenso.

1863 Il peccato veniale indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per dei beni creati; ostacola i progressi dell'anima nell'esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene temporali. Il peccato veniale deliberato e che sia rimasto senza pentimento, ci dispone poco a poco a commettere il peccato mortale. Tuttavia il peccato veniale non rompe l'Alleanza con Dio. È umanamente riparabile con la grazia di Dio. “Non priva della grazia santificante, dell'amicizia con Dio, della carità, né quindi della beatitudine eterna” (san Giovanni Paolo II, RP 17).

“L'uomo non può non avere almeno peccati lievi, fin quando resta nel corpo. Tuttavia non devi dar poco peso a questi peccati, che si definiscono lievi. Tu li tieni in poco conto quando li soppesi, ma che spavento quando li numeri! Molte cose leggere, messe insieme, ne formano una pesante: molte gocce riempiono un fiume e così molti granelli fanno un mucchio. Quale speranza resta allora? Si faccia anzitutto la confessione” (sant'Agostino).

1864 “Qualunque peccato o bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata” (Mt 12,31). La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo (cfr. san Giovanni Paolo II, DV 46). Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna.

V. La proliferazione del peccato

1865 Il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano inclinazioni perverse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male. In tal modo il peccato tende a riprodursi e a rafforzarsi, ma non può distruggere il senso morale fino alla sua radice.

1866 I vizi possono essere catalogati in parallelo alle virtù alle quali si oppongono, oppure essere collegati ai peccati capitali che l'esperienza cristiana ha distinto, seguendo san Giovanni Cassiano e san Gregorio Magno. Sono chiamati capitali perché generano altri peccati, altri vizi. Sono la superbia, l'avarizia, l'invidia, l'ira, la lussuria, la golosità, la pigrizia o accidia.

1867 La tradizione catechistica ricorda pure che esistono “peccati che gridano verso il cielo”. Gridano verso il cielo: il sangue di Abele (cfr. Gen 4,10); il peccato dei Sodomiti (cfr. Gen 18,20; 19,13); il lamento del popolo oppresso in Egitto (cfr. Es 3,7-10); il lamento del forestiero, della vedova e dell'orfano (cfr. Es 22,20-22); l'ingiustizia verso il salariato (cfr. Dt 24,14-15; Gc 5,4).

1868 Il peccato è un atto personale. Inoltre, abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri, quando vi cooperiamo:

  • prendendovi parte direttamente e volontariamente;
  • comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvandoli;
  • non denunciandoli o non impedendoli, quando si è tenuti a farlo;
  • proteggendo coloro che commettono il male.

1869 Così il peccato rende gli uomini complici gli uni degli altri e fa regnare tra di loro la concupiscenza, la violenza e l’ingiustizia. I peccati sono all’origine di situazioni sociali e di istituzioni contrarie alla Bontà divina. Le “strutture di peccato” sono l’espressione e l'effetto dei peccati personali. Inducono le loro vittime a commettere, a loro volta, il male. In un senso analogico esse costituiscono un “peccato sociale” (cfr. san Giovanni Paolo II, RP 16).

  • Per alcune notizie biografiche di san Giovanni Cassiano, san Gregorio Magno ed Evagrio Pontico, si può leggere il Not. 124 pagg. 21-25.
  • Sulla interpretazione della Sacra Scrittura nei Padri, si può leggere “Excursus sull’esegesi scritturistica dei Padri” di p. Nino, Not. 131 pagg. 12-14.