L’ACCIDIA (o ACEDIA)
cioè il rapporto deformato con lo spazio (seconda parte)

Il desiderio di essere altrove

Pur essendo «compagna della tristezza», al punto che Gregorio Magno finisce per racchiuderla entro quest'ultima, l'accidia è ben più for­te della tristezza. Essa differisce dalla malattia sorella per il fatto che non trae origine da una motivazione precisa o concreta: è una pulsio­ne di morte che ispira all'uomo la stanchezza e il disgusto per la vita intesa nella sua totalità. L'accidia fa crollare l'edificio della propria persona e, in particolare, provoca un'enorme insofferenza verso lo spazio in cui si vive, a partire da quello del proprio corpo: si vorrebbe cambiare pelle. La reazione tipica all'insorgere dell'accidia consiste nel desiderio di fuggire dal luogo in cui abitualmente si vive, di mutare il proprio stato di vita; ci si sente rinchiusi nella propria esistenza come in una sorta di prigione, come in un tempo intermedio drammaticamente privo di sbocchi. Ripeto, si sogna sempre di essere altrove... Mi affido di nuovo alle parole di Eva­grio, impareggiabile nel ritrarre con acutezza e ironia la sindrome dell'accidia:

“L'occhio dell'accidioso è continuamente fisso alle fine­stre, e nella sua mente fantastica sui visitatori: la porta cigola, e quello balza fuori; sente una voce, e spia dalla finestra, e non se ne allontana, finché non è costretto a sedersi, tutto intorpidito. Quando legge, l'accidioso sbadiglia spesso, ed è facilmente vinto dal sonno, si stropiccia gli occhi, si sfrega le mani, e, ritirando gli occhi dal libro, fissa il muro; quindi, di nuovo volgen­dosi al libro, legge ancora un poco, poi, piegando le pagine, le gira, conta i fogli, calcola i fascicoli, biasima la scrittura e la decorazione; infine, chinata la testa, vi pone sotto il libro, si addormenta di un sonno leggero, finché la fame non lo risveglia e lo spinge a occuparsi dei suoi bisogni. Il monaco accidioso è pigro nella pre­ghiera e non pronuncia le parole dell'orazione; come un malato non può portare un fardello pesante, così l'accidioso non compie con sollecitudine l'opera di Dio: infatti il primo ha perso la forza del corpo, il secondo è illanguidito, privo del vigore dell'anima”.

Ed ecco che nel quotidiano sorgono indif­ferenza, noia, disgusto per tutto ciò che si fa, compreso lo sforzo spirituale, che appare sterile e inutile. La domanda più frequente è: «Chi me lo fa fare? Ne vale la pena?». In queste condi­zioni la noia si impone come una forza che ci schiaccia: noia per tutto, che si esprime negli sbadigli che accompagnano l'inizio di qualsia­si occupazione, nel vagare costantemente tra un luogo e l'altro, nel non sapere cosa fare, e quindi nell'incapacità di possedere convinzioni che consentano di vincere gli attacchi del nulla. Davvero l'accidia porta a conoscere una sorta di inferno: le relazioni divengono frustranti, dove si era figli ci si sente schiavi, l'amore di un tempo appare una trappola; eppure, para­dossalmente, in questa situazione si pretende di avere una chiarezza su di sé mai conosciuta in precedenza. Va anche detto che l'accidia at­tacca più facilmente chi ha l'animo piccolo e gli orizzonti ristretti, chi vive in un mondo per così dire «lillipuziano», e, di conseguenza, è incapace di nutrire interessi ampi, di esercitarsi al dialogo con gli altri che dà sapore alla vita.

Il “demone di mezzogiorno”

Una particolare forma assunta dal «demone di mezzogiorno» è poi quella che coglie l'uomo a metà del cammino della sua vita, la cosiddetta «crisi dell’età di mezzo», l'ora in cui si è portati a rimettere in discussione tutta la propria esistenza. È in quel momento che occorre più che mai passa­re dagli idoli dell'avere e del fare alla realtà dell'es­sere, dalla prospettiva dell'affermazione dell'io alla sua «relativizzazione e integrazione nell'ar­chetipo della totalità, il sé» (Carl Gustav Jung).

C'è poi un aspetto preciso che rivela come l'accidia sia una patologia che concerne anche il rapporto con il tempo: l'instabilità. Per evitare ciò che gli è richiesto, ossia di fare bene ciò che si deve fare, l'accidioso si costruisce alibi: vuole fare altre cose che a suo avviso gli competono o gli si confanno, cose che sono sempre altre da quelle che, in quel momento, dovrebbe fare! Giovanni Climaco così descrive tale instabilità:

“L'acedia suggerisce di accogliere gli ospiti e costringe a compiere lavori manuali per poter fare elemosine, esorta con ardore a visitare i malati, ricordando la pa­rola di colui che ha detto: «Ero malato e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36). Suggerisce di recarsi da coloro che sono abbattuti e scoraggiati, dicendo: «Confortate i pusillanimi!» (1Ts 5,14), proprio lei, la pusillanime! Quando siamo in preghiera, ci fa venire in mente qual­che dovere urgente, e mette in moto ogni espediente per trascinarci via di là, con buone ragioni, come con una cavezza, proprio lei così irragionevole! Per tre ore il demone dell'accidia ci provoca brividi, mal di testa, feb­bre e dolori intestinali. Giunta l'ora nona, ci fa alzare un po' il capo, e poi, quando la tavola è pronta, ci fa balzare giù dal letto. Appena però giunge l'ora della preghiera, il corpo si sente di nuovo appesantito; e, mentre siamo in preghiera, ci immerge di nuovo nel sonno e con inop­portuni sbadigli ci strappa di bocca i versetti”.

Alcuni osservano inoltre che l'accidia è sempre presente in tutti i rapporti sbagliati, dunque in tutte le passioni malvagie, perché essa affonda le sue radici nell'amore egoistico di sé: un io ripiegato su di sé non può stringere relazioni e rapporti autentici, buoni, sani e fe­condi. Ecco perché Paolo scrive che «gli amanti di se stessi» (2Tm 3,2) non possono essere «amanti di Dio» (2Tm 3,4).

RIMANERE SALDI

«Lo Spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore, il giorno di vendetta del nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto (in greco “accidia”)» (Is 61,1-3).

La lotta contro l'accidia è quella che meno di altre può essere affrontata con l'aiuto di strumenti generali, perché quando ci si trova immer­si in questa condizione è assai difficile ricorrere a rimedi predefiniti. Cassiano, declinando l'accidia come pigrizia, suggeriva di resistervi soprattutto attraverso un'assunzione sana ed equilibrata del lavoro, e ciò può essere indubbiamente utile, soprattutto se inteso come esercizio per assumere l'arte del “qui e ora”: dedicarsi alla propria occupazione presente con cura, attenzione, giusta misura. Evagrio dal canto suo suggerisce que­sta sapiente regola di base: «Fissati una misura in ogni attività, e non abbandonarla finché non l'hai portata a termine».

Ma c'è di più. Il primo e decisivo passo da fare è quello di riconoscere l'accidia e chiamarla per nome. Forti di questa consapevolezza, si tratta di non disertare la lotta, di non pensare di potersela cavare rimandando costantemente all'indo­mani il confronto con gli assalti dell'accidia, per quanto sia doloroso decidersi ad affrontarla. Da un punto di vista cristiano, è questo il terreno della perseveranza, l'arte di rimanere saldi, di pazientare e di non venire meno nell’ora cattiva, l'arte di cui Gesù ha affermato: «Con la vostra perseveranza guadagnerete le vostre vite» (Lc 21,19). Solo chi ha imparato a coltivare una vita interiore ricca e profonda, che consenta di non essere sballottati da ogni soffio di vento, solo questi non vacilla.

A questo proposito va detto che la nostra società è malata di accidia nel senso che oggi primeggia, emerge, domina la figura del «fan­nullone iperattivo» (Pascal Bruckner). L'uomo comune non è più capace di restare presso se stesso, di stare semplicemente nella propria camera in solitudine, di accogliere e leggere ciò che nasce nel suo profondo, di discer­nere il proprio desiderio. Nervosità e agitazione insorgono prepotenti, e così si trovano ragioni per fuggire ciò che sembra un fantasma ma che, in realtà, è solo ciò che emerge, inatteso, dal profondo. Blaise Pascal scriveva che «la sventura più grande degli uomini deriva da una sola cosa: dal fatto che non sanno rimanere in riposo nella loro camera», e aveva ragione...

Ebbene, è proprio a livello di una salda e pro­fonda vita interiore che i cristiani sono posti di fronte alla domanda decisiva: «Esaminate voi stessi se siete nella fede: non riconoscete che Gesù Cristo abita in voi?» (2Cor 13,5). Di­scernere Cristo in se stessi, infatti, conduce a fare della propria persona il luogo quotidiano della presenza del Signore, la dimora di Dio (cfr. 1Cor 3,16; 2Cor 6,16), il tempio nel quale offrire a Dio il vero sacrificio spirituale, quello della pro­pria vita quotidiana (cfr. Rm 12,1).

Qui si innestano anche i suggerimenti indi­cati dai Padri, in particolare quelli monastici, per controllare e vincere il demone dell'accidia. Suggerimenti che hanno essenzialmente tutti a che fare con la vigilanza e il discernimento sulla volontà propria: l'invocazione del nome di Gesù, la preghiera, l'assiduità alle sante Scrittu­re... Proseguendo su questo solco, io credo che il rimedio per eccellenza rimanga l'eucaristia: eucaristia come esercizio di rendimento di gra­zie, eucaristia come rapporto con le cose dono di Dio, eucaristia come “sacrificio di lode” pieno di stupore contemplativo nei confronti del «Dio» che «è amore» (1Gv 4,8.16). L'accidia, infatti, è l'esatto contrario dell’eucaristia, dello spirito di ringraziamento: incapace di cogliere il rapporto con lo «spazio» e il senso delle cose, chi è preda dell'accidia vive nell'incapacità a stupirsi della bellezza, dell'amore e, quindi, nell'incapacità a rendere grazie. Infine, non lo si dimentichi, dopo che questa lotta è stata af­frontata e vinta, si spande nel nostro cuore una grande pace e una gioia indicibile. Sì, dietro la temibile insidia costituita dall'accidia si cela la vera possibilità di una vita piena di senso, quella vita in cui si sperimenta che «tutto vale la pena, se l'anima non è piccola» (F. Pessoa, Mare portoghese).