L’ACCIDIA (o ACEDIA)
cioè il rapporto deformato con lo spazio (prima parte)

“La nostra sesta lotta è contro il vizio che i greci chiamano akedía e che noi possiamo definire «tedio» o «ansietà del cuore». Affine alla tristezza, esso mette alla prova so­prattutto i solitari ed è un nemico che attacca più spesso coloro che dimorano nel deserto” (Cassiano, Istruzioni cenobitiche).

Male oscuro e opprimente: è il male del nostro tempo

Lungo i secoli quello dell'accidia - termine che nel greco classico indica la mancanza o il venir meno di un interesse, di un'attenzione, di una sollecitudine - è stato considerato come il male per eccellenza dei monaci, a partire dalla celebre descrizione fornitane da Evagrio:

“Il demone dell'acedia, che viene chiamato anche «de­mone di mezzogiorno» (Sal 90,6), è di tutti i demoni il più opprimente. Attacca il monaco verso l'ora quarta (le 10) e accerchia la sua anima fino all'ora ottava (le 14). Dapprima fa sì che il sole sembri lento a muoversi, o sia immobile, e dà l'impressione che il giorno abbia cinquanta ore. Poi costringe il monaco a fissare conti­nuamente le finestre e a balzare fuori dalla sua cella, a osservare il sole per vedere quanto sia ancora distante l'ora nona, e a guardare intorno se per caso qualcuno dei fratelli... Inoltre gli ispira avversione per il luogo, per il suo stato di vita e per il lavoro manuale, e gli suggerisce che l'amore è svanito tra i fratelli e che non c'è nessuno per consolarlo. E se per caso, in quei giorni, qualcuno ha contristato il monaco, il demone si serve anche di questo per accrescere in lui l'avversione. Lo porta allora a desiderare altri luoghi in cui si possa trovare il neces­sario per vivere ed esercitare un mestiere meno gravoso e più redditizio. E aggiunge che l'essere graditi a Dio non è legato a un luogo: ovunque infatti – è detto – si può adorare la Divinità (cfr. Gv 4,21-24). Unisce a ciò anche il ricordo dei parenti e della sua vita passata, gli prospetta la lunga durata della vita, mettendogli davanti agli occhi le fatiche dell'ascesi. E mobilita, per così dire, tutto il suo armamentario, affinché il monaco abbandoni la cella e fugga dallo stadio. Ora, a questo demone non segue immediatamente nessun altro de­mone. Anzi, dopo la lotta, subentrano nell'anima un certo stato di pace e una «gioia indicibile» (1Pt 1,8)”.

Ora, se questa caratterizzazione monastica dell'accidia, contiene una sua innega­bile verità, è però vero che tale malattia riguarda in profondità ogni persona; anzi, sono in molti oggi a chiedersi se l'accidia non sia forse il male del nostro tempo, quello che tocca più da vici­no l'uomo contemporaneo. Questa tentazione, che l'essere umano ha sempre conosciuto, forse oggi si fa più frequente e intensa, soprattutto nel mondo occidentale: là dove non si è più as­sillati dalla fame e dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza, ecco aprirsi lo spazio per desideri e bisogni che vanno al di là di quelli primari e che, proprio per questo, hanno in sé una vena di insaziabilità. Quando oggi si cerca di capire l'aumento di suicidi in tutte le fasce di età, la rivendicazione sempre più insistente ed esplicita di essere aiutati a morire senza sofferenza, la rimozione della morte per l'insostenibile pesan­tezza della sua realtà, allora bisognerebbe avere il coraggio di fare una diagnosi nella società e nella cultura e riconoscere che siamo in una società depressa, viziata dall'accidia, da questo «male oscuro» che impedisce il dinamismo dell'amare e dell'essere amati.

Paralisi dell’anima

Possiamo comprendere meglio tutto questo ricorrendo ad alcuni sinonimi dell'accidia che suonano più familiari ai nostri orecchi: sconfor­to, svogliatezza, scoraggiamento, tedio, disgusto, noia, male di vivere, quel torpore che si manifesta come costante sonnolenza, e si potrebbe continuare a lungo... L'accidia è la nausea di cui parlava Jean-Paul Sartre, è il non-senso che ci assale, è ciò che si avvicina pericolosamente allo stato di depressione. È un sentimento che ra­senta la disperazione, perché porta a non scor­gere più la possibilità di un senso e, dunque, di «salvezza». L'accidia può tradursi in uno dei mali più devastanti, l'indifferenza, perché «il contra­rio dell'amore non è l'odio, ma l'indifferenza; il contrario della vita non è la morte, ma l'indif­ferenza» (Elie Wiesel).

Evagrio definisce bene questa pulsione quale «atonia dell'anima» e Gio­vanni Climaco la chiama «paralisi dell'anima». Ai nostri giorni se ne parla come di «vuoto intellet­tuale, noia, malinconia», espressioni che fanno riferimento non tanto a un vizio o a una nevro­si quanto piuttosto a un sentimento di «esilio sulla terra». L'accidia è superficialità, tristezza, mancanza di resistenza, di profondità, di perse­veranza in un luogo e in un lavoro. Chi è malato di accidia non sa concentrarsi, non sa prendere le cose sul serio, non sa andare fino in fondo né portare a compimento ciò che intraprende, non sa essere «qui e ora», ma è sempre altrove. In radice l'accidia è dunque incapacità di perseverare, di dedicarsi, di avere cura. Chi è preda di tale malattia sogna magari di fare il bene sem­plicemente perché si limita a intraprendere delle cose buone, ma in realtà cerca solo di distrarsi. Annota ancora Evagrio: «L’accidioso prende come pretesto le visite ai malati, ma soddisfa il proprio scopo; è pronto al servizio, ma in realtà cerca solo la propria soddisfazione».