L’INVIDIA - tristezza
cioè il rapporto deformato con il tempo (seconda parte)
Invidia per la “roba” degli altri
Una forma particolare di tristezza è l'invidia, che Evagrio non inserisce nel catalogo dei vizi. A essa invece conferisce un ruolo rilevante Gregorio Magno, che la colloca al secondo posto tra i «vizi capitali». Egli così la descrive: “Quando l'invidia vince e corrompe il cuore, lo stesso aspetto esteriore indica quale grave pazzia scuota l'animo. Il viso diventa pallido, gli occhi guardano basso, la mente si riscalda, e le membra si raffreddano, i pensieri diventano rabbiosi, i denti stridono; e mentre nel segreto del cuore si nasconde l'odio crescente, la ferita racchiusa tortura con cieco dolore la coscienza. Non si trova più gioia nelle cose proprie, perché la mente si logora nella sua pena, nata dalla felicità altrui”.
Sì, c'è anche una tristezza che nasce dalla consapevolezza, dall’osservazione del bene e della felicità altrui: terribile sentimento, così presente nel nostro quotidiano... La matrice di questo peccato è il desiderio di avere noi la «roba» degli altri, anche se a volte si vorrebbe semplicemente che l'altro non avesse quei beni, quelle caratteristiche, quei determinati doni. Per questo è un sentimento che si cerca di nascondere, un sentimento inconfessabile, di cui non ci si vanta ma ci si vergogna. Più in profondità, l'invidia è un riflesso che consiste nel paragonarsi sistematicamente agli altri, è ciò che riflette la mia incapacità personale di riconoscere con gratitudine i doni che Dio ha concesso rispettivamente a me e agli altri. Ci sono sempre qualità che gli altri hanno e io no; fissandomi su queste, invece di rallegrarmi della vita quale essa è, osservo e invidio i doni distribuiti da Dio agli altri.
L’invidia è un sentimento che purtroppo nasce già nell'infanzia, soprattutto nei rapporti familiari, e in particolare là dove ci sono fratelli o sorelle. La Bibbia ce ne dà numerosi esempi: Caino invidia Abele (cfr. Gen 4,3-5), i figli di Giacobbe invidiano il fratello Giuseppe (cfr Gen 37,5-8)... L'invidioso è colui che si sente escluso da un bene che l'altro che gli è accanto possiede: il bene dell'altro è sofferto come male proprio! Chi è preso da questa patologia guarda con occhio cattivo la felicità, il bene, la virtù dell'altro, fino a sfigurarne l’immagine e la realtà, fino a concentrare tutti i propri desideri su ciò che gli altri possiedono.
In definitiva, che cos'è l'invidia se non un contraddire al comandamento: «Non desiderare la roba d'altri» (cfr. Es 20,17; Dt 5,21)?
Oggi i sociologi dicono che l'invidia è un male sociale assai diffuso, soprattutto nei confronti di chi è più ricco, di chi guadagna di più. Ma l'invidioso deve sapere che, non appena gli altri si accorgono di questo suo sentimento, lo abbandonano, lo lasciano solo, perché egli è ai loro occhi insopportabile: sicché l'invidioso è condannato all'isolamento. Basilio osserva che l'invidia distrugge e consuma quelli di cui si impadronisce, come la ruggine rode il ferro, come la lancia che incontra una pietra dura e si spacca. Sono espressioni eloquenti: nell'invidia ci si rode, ci si consuma, ci si spacca...
La gelosia
L’invidia assume a volte una connotazione specifica che siamo soliti definire come gelosia. Francesco d'Assisi ha scritto ai frati radunati in capitolo: “Chiunque invidierà il suo fratello per il bene che il Signore dice e fa in lui, commette peccato di bestemmia, perché è invidioso dello stesso Altissimo che dice e fa ogni bene”.
Questa invidia gelosa è un segno pericoloso e grave, perché finisce per recare offesa a Dio, prima che agli altri! Che male terribile, soprattutto nella vita comune dei monaci... Essa nasce dal vivere gli uni accanto agli altri, dal confronto continuo, dal verificare ciò che gli altri sono e fanno e, di conseguenza, l'approvazione e il riconoscimento che essi ricevono: ma è proprio qui che il cristiano dovrebbe esercitarsi a gioire con chi gioisce, a piangere con chi piange, a condividere le gioie e le tristezze dei fratelli e delle sorelle (cfr. Rm 12,15). Perché le gioie e le capacità degli altri sono doni per tutti, per l'utilità comune!
Eppure invidia e gelosia sono i mali più presenti nella vita comune, e provocano liti, contestazioni dissidi, mormorazioni. Occorre dirlo con estremo realismo: questi sentimenti trasformano anche somaticamente chi ne è preda e si manifestano con il pallore, con le labbra tese e piatte, con lo sguardo glaciale... Noi monaci conosciamo bene questa patologia e le sue manifestazioni! Ma dovremmo anche sapere che «la carità non invidia» (1Cor 13,4) e che se c'è invidia e gelosia, allora non c'è carità.
LA GRATITUDINE
Esiste un antidoto all'invidia e alla gelosia? Sì, la gratitudine, ossia il saper rendere grazie, il saper stupirsi del bene, da chiunque venga compiuto, il saper vedere con occhio buono tutto ciò che fiorisce intorno a noi... Solo chi sa riconoscere ed essere grato per il bene fatto dagli altri è capace di «fare il bene», di purificare il suo operare, di cantare il suo ringraziamento a Dio per tutto ciò che opera nella storia e nella vita di ogni uomo. Ha ucciso il sentimento di invidia in sé chi sa dire: «Ciò che ho potuto fare bene, l'ho fatto grazie agli altri che sono con me: senza questi miei fratelli, senza questi miei amici, non avrei potuto fare quel poco di bene che ho operato!».
