Secondo periodo (da febbraio a giugno)
Letture per gli incontri.  

 

L’INVIDIA - tristezza
cioè il rapporto deformato con il tempo (prima parte)

“Dalla collera sorge la tristezza, poiché la mente turba­ta quanto più disordinatamente si agita tanto più cade nella confusione; e quando ha perduto la dolcezza del­la tranquillità, si pasce della tristezza che scaturisce dal turbamento” (Gregorio Magno, Commento morale a Giobbe).

Verme del cuore

«La tristezza è un abbattimento dell'anima, che fa seguito ai pensieri di col­lera»: con questa motivazione Evagrio, nella lista dei vizi, alla collera fa seguire la tri­stezza; altrove egli stesso inverte però l'ordine di queste due passioni, nella consapevolezza che talvolta la tristezza è l'alveo in cui l'ira è trattenuta e nascosta. Ha scritto Paolo, dando inizio a una lunghissima tradizione spirituale in merito: «La tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla sal­vezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte» (2Cor 7,10).

Vi è dunque una tristezza buona, cioè quell'afflizione che consiste nella sofferenza per la propria lontananza da Dio e che può condurre fino alla compunzione, al sentire il proprio cuore trafitto da Dio stesso che ci in­vita a ritornare a lui. Il vizio di cui ci occupia­mo è invece quella tristezza che non è secondo Dio, ossia quell'ombra che ci abita, ci paralizza e ci deprime, spegnendo poco per volta in noi la voglia di vivere. Il segno da cui si riconosce tale tristezza è l'incapacità di piangere: solo grazie al dono delle lacrime possiamo infatti sperimentare la tristezza quale giusta soffe­renza per i nostri peccati. Come dimenticare che nell'antica tradizione della Chiesa vi era una preghiera per ottenere il dono delle lacrime? Non a caso Gesù ha detto: «Beati quelli che piangono» (Mt 5,4), e non: «Beati quelli che sono tristi»...

La tristezza – definita da Evagrio «verme del cuore» – si insinua nel cuore dell'uomo e lentamente corrode tutta la sua vita, come fa la tignola con il vestito (cfr. Pr 25,20): se non viene combattuta, essa finisce per abitarci come un inquilino stabile e sempre più difficile da scacciare. Sì, la tristezza è il non-piacere per eccellenza: essa «spoglia da ogni piacere e fa inaridire il cuore»; la tristezza è alla radice della depressione nervosa, perché conduce al sentimento del non-senso della vita, a uno sta­to di letargo in cui la vita appare senza luce, senza speranza: in una parola, invivibile.

È significativo che due Salmi presenti­no come ritornello il versetto: «Perché sei triste, anima mia, perché sei turbata?» (42,6.12; 43,5). Perché la tristezza permane come un'ombra nel nostro profondo, come un brusio che non cessa di tormentarci? Di vol­ta in volta sono le sofferenze ingiustamente patite, le contraddizioni reali alla nostra vita, la constatazione della frustrazione dei nostri desideri, anche quelli più nobili e giusti, a generare in noi la tristezza. Ora, la vita e la realtà certamente ci contraddicono in molti modi, ma guai a chi pensa di poter vivere in un mondo dorato e privo di frustrazioni, guai a chi si nutre di nostalgie immaginarie o di attese impossibili! Se invece ci esercitiamo ad accettare le contraddizioni quotidiane; se, pur soffrendo, sappiamo accogliere ed elaborare le nostre ferite, allora potremo anche aprirci a quella consolazione che viene da Dio e dalla comunione con i fratelli.

Tra passato e futuro

Scendendo più in profondità, mi pare che il proprio della tristezza consista nel suo esse­re una patologia riguardante il nostro rapporto con il tempo. Da una parte, si idealizza il pas­sato come tempo indiscutibilmente migliore di quello attuale e lo si evoca con accorati ac­centi di nostalgia, non privi di una certa ottu­sità. Istruttive in proposito sono le parole di mormorazione rivolte dai figli di Israele con­tro Mosè e Aronne, durante l'esodo verso la terra promessa: «Fossimo morti per mano del Signore nel paese d'Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangian­do pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine» (Es 16,3). D'altra parte, si sogna di realizzare in un futuro mitico ciò che, per l'appunto, è destinato a cominciare sempre domani, oppure si teme l'avvenire per le inco­gnite che può riservare. Insomma, in un modo o nell'altro ci si rifugia in un mondo immaginario per non aderire alla realtà: così facendo, però, non si coglie il presente come l’oggi di Dio, come l’ora irripetibile che ci è data da vivere.

Anche Gesù ha conosciuto la tristezza di fronte alla prospettiva della morte, è stato preso da «paura e angoscia» (cfr. Mc 14,33 e par.) quando ha dovuto cercare un senso alla sua fine ignominiosa. Ed egli ha vinto quella tristezza mediante un radicale abbandono alla volon­tà del Padre (cfr. Mc 14,36 e par.), riuscendo a percepire nella passione ormai prossima una logica di amore per Dio e per gli uomini. Dav­vero, solo quando si intravede l'amore, quando si sa che l'amore può essere la ragione del vivere e del morire, allora cessa la tristezza e si fa strada la beatitudine, la gioia sempre rinnovata che è dono dello Spirito santo (cfr. Gal 5,22).

L’ABITO DELLA GIOIA

Si comprende dunque perché il Nuovo Te­stamento unisca strettamente la gioia, antidoto principe alla tristezza, alla capacità di vivere in modo adeguato il rapporto con il tempo, di vi­vere il momento presente: la gioia è una virtù esca­tologica, che unifica il tempo umano nell’oggi di Dio, anticipando nel presente la dimensione finale, la gioia della meta che ci attende nel Re­gno (cfr. 1Pt 1,6-9; 4,13). Occorre inoltre ricordare che per i cristia­ni la gioia non è il frutto di una disposizio­ne interiore di tipo psichico o emotivo, ma è coniugata all'imperativo, è un comando aposto­lico: «Rallegratevi, siate nella gioia!» (2Cor 13,11; Fil 2,18; 3,1; 4,4; 1Ts 5,16; cfr. Rm 12,12.15; 1Cor 12,26). Essa non è dunque un vago e spontaneo sentimento, ma uno stato da ricercare con sforzo e impegno. È gioia «nel Si­gnore» (Fil 4,4.10), in quanto gioia del Signore innanzitutto, del Dio che si rallegra e comunica la sua gioia ai suoi amati; e nel cristiano tale gioia nasce dall'essere «in Cristo», dal sapere che Cristo vive in lui (cfr. Gal 2,20). È «gioia nello Spirito santo» (Rm 14,17), e pertanto a essa ci si esercita invocando il dono dello Spirito e disponendosi ad accoglierlo mediante la fede, la speranza e la carità. Lo Spirito santo è «il Con­solatore» (cfr. Gv 14,16.26; 15,26; 16,7), è colui che ci testimonia che Dio stesso «asciugherà le lacrime dai nostri occhi» (cfr. Ap 7,17; 21,4), che ci permette di discernere l'invisibile e, dunque, di restare saldi, di svestire il saio della tristezza per indossare l'abito della gioia (cfr. Sal 29,12).

Sì, occorre obbedire risolutamente al coman­do alla gioia ed esercitarsi a essa vivendo in pienezza il momento presente, così da speri­mentare che né il passato né il futuro possono determinarci, ma solo l'oggi di Dio. Davvero il cristiano dovrebbe aprire ogni sua giornata con le parole del salmista: «Ascoltate oggi la voce del Signore!» (cfr. Sal 94,7), disponendosi nel contempo a ringraziare Dio per essere stato creato.