LA LOTTA SPIRITUALE (prima parte)

La dinamica della tentazione

Attingendo alla tradizione patristica, pos­siamo individuare un dinamismo costante attraverso cui la tentazione si sviluppa nel cuore dell’uomo. Semplificando le indicazioni dei Padri, è possibile delineare un itinerario che si snoda in quattro tappe: suggestione, dialogo, acconsentimento, passione.

La tentazione si affaccia al cuore umano a par­tire da «stimoli» che, se anche riguardano oggetti o creature esterne a noi, si traducono ben presto in attività immaginativa e psicologica. Nel no­stro cuore affiora una suggestione, cioè la possibi­lità di un’azione malvagia: un pensiero o un’idea fuggitiva sollecitano il nostro immaginario, e dal subcosciente tale appello risale alla coscienza, diventando «suggestione seducente» (Sal 35,2). Che si tratti di un pensiero malvagio, la cui ori­gine non è in Dio, lo dimostra un elementare discernimento: esso provoca turbamento nel nostro cuore, lo priva della pace e lo consegna all’inquietudine, all’ansia, all’eccitazione. Come si è visto sopra, già il racconto genesiaco pre­senta il peccato come una forza insidiosa e aggressiva pronta a impadronirsi dell'uomo, come una bestia selvaggia accovacciata che si prepara a balzare sulla preda (cfr. Gen 4,7); “come il le­one sta in agguato della preda, così il peccato di coloro che praticano l'ingiustizia” (Sir 27,10; cfr. 1Pt 5,8).

Ricorrendo a un'altra immagine, si può affer­mare che la suggestione esercita sul cuore uma­no una forza di seduzione analoga all'attrazione sessuale; ecco perché il salmista descrive l'itine­rario che conduce l'uomo a consumare il pec­cato servendosi proprio della metafora sessuale: il peccatore concepisce il male, diventa gravido di delitto, partorisce su di sé la disgrazia (cfr. Sal 7,15). E il Nuovo Testamento fa eco: «Ciascu­no è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce; poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato, e il peccato, quando è consumato, produce la morte» (Gc 1,14-15). Anche a prescindere dalle testimonianze bibliche, è la nostra esperienza a dirci che la tentazione è costitutiva dell'essere umano: tut­ti noi siamo tentati e nessuna tentazione ci è estranea! Per i Padri del deserto questo è tal­mente vero che il riconoscimento della tenta­zione e l'assunzione della lotta contro di essa sono imprescindibili per la salvezza: «Nessuno, se non è tentato, può entrare nel regno dei cieli. Togli le tentazioni e nessuno sarà salvato». Certo, questi movimenti iniziali sono involontari e si differenziano da persona a persona, a seconda delle dominanti cui ciascuno è più esposto in ragione della propria struttura personale, della propria storia, delle proprie tendenze di peccato. Tali suggestioni dipendono tuttavia anche dal nostro modo di vivere: incontri, letture, imma­gini scavano in noi e lasciano tracce ed echi che risuscitano inavvertitamente con la potenza accresciuta dal desiderio... La lotta esige pertan­to come condizione preliminare un’abitudine di igiene dei sensi, degli occhi in particolare, delle immagini che immagazziniamo e coltiviamo; essa richiede vigilanza sul nostro immaginario.

La particolare suggestione che sorge in noi svela la qualità del nostro cuore, mostra i deside­ri e i fantasmi che lo abitano: saper dare il nome al pensiero che ci seduce significa già entrare in una embrionale conoscenza di sé e della propria fragilità, e così predisporsi alla lotta. Si tratta cioè di comprendere e leggere la suggestione come buona o cattiva; ancora una volta, pur con un linguaggio da decodificare, ci viene in aiuto l'esempio di abba Antonio: “Quando appare una visione, non si ceda al panico, ma di qualunque genere essa sia, per prima cosa si do­mandi, pieni di coraggio: «Chi sei e da dove vieni?»”.

Una volta vagliata la qualità malvagia della suggestione, occorre iniziare risolutamente la lotta: i «pensieri» vanno stroncati sul loro nasce­re. In proposito vale per ogni cristiano ciò che la Regola di Benedetto – riprendendo un'esegesi allegorica del Sal 136,9, dove si proclama beato colui che sfracella sulla pietra i neonati della nemica Babilonia – afferma del buon mo­naco: egli è colui che «ha saputo annientare il Maligno, il diavolo che lo tentava, e respingerlo insieme a tutte le sue suggestioni lontano dal proprio cuore, afferrando i suoi piccoli, cioè i pensieri che gli ispirava, e spezzandoli contro Cristo». Se il serpente – affermano i padri ispi­randosi a Gen 3,15 – non viene colpito alla testa prima che s'insinui nella cella, la lotta diviene assai più faticosa e forse è già perduta...

Si tratta di immagini diverse, ma che espri­mono un'unica necessità, quella di intraprendere senza indugio la lotta contro l'impulso che affiora nel nostro cuore: «È bene, fratello, non compiere il male neppure con il pensiero, ma se sei tentato, lotta per non essere sconfitto, rea­gisci almeno per non compiere il peccato». Sì, la tentazione o è vinta o ci vince! Se infatti ci si intrattiene, anche solo psi­cologicamente, con la suggestione, e si instaura con essa un dialogo, ecco che tale suggestione si ingigantisce fino a divenire una presenza assil­lante e ossessiva che ci domina e ci priva della libertà interiore. Questo, lo si noti en passant, è un momento essenziale anche per una sana igie­ne della psiche; la depressione, infatti, prende le mosse proprio da un pensiero fisso che ci av­vince e lentamente ci toglie la volontà di vivere.

È evidente che il «dialogo piacevole» (Efrem il Siro) con la suggestione, questa consumazione invisibile e interiore del peccato, è poi preludio alla sua manifestazione concreta in azioni peccaminose. Più precisamente, il protrarsi compiaciuto di tale dialogo è segno dell'acconsentimento alla tentazione, uno stadio in cui è ormai definitivamente presa la decisio­ne di agire come essa ci suggerisce: «Il segno dell'acconsentimento è che quel pensiero piace all'uomo, ed egli vi trova diletto, se ne rallegra in cuor suo e vi pensa volentieri. Al contrario, se si contraddice il pensiero e si lotta per non accettarlo, non vi è acconsentimento, ma lotta; e questo rende provato l'uomo e lo fa progre­dire». Quando poi l'acconsentimento è reite­rato, allora si instaura un'abitudine al peccato, e questo è ciò che i Padri chiamano «passione»: una sorta di assuefazione al vizio, «un moto che si nasconde nell'anima da lungo tempo, e che or­mai l'attrae frequentemente, sì che essa vi corre da sola, volontariamente e spontaneamente».

Prepararsi alla lotta: vigilanza e attenzione

Consapevole della dinamica appena descritta, il credente deve prepararsi alla lotta spiritua­le, perché questa è la condizione preliminare per ottenere qualche risultato. Ciò richiede innanzitutto di «essere svegli a se stessi e a Dio» (Henri Le Saux), di risvegliarsi dal sonnambulismo spirituale, dal torpore. «È ormai tempo di svegliarci dal sonno» (cfr. Rm 13,11), ammonisce con forza Paolo, e tutta la parenesi neotestamentaria ricorda che occorre «vegliare» (cfr. Mt 24,42-43; 25,13; 26,41; Mc 13,33.37; 14,38; Lc 12,37; 21,36 1Cor 16,13; Ef 6,18; Eb 13,17; Ap 3,2.3; 16,15; ecc.), «stare attenti» (cfr. Mc 13,23.33; Ef 5,15; Col 4,17; Eb 3,12; 2Gv 8; ecc.), «essere sobri e temperanti» (cfr. lTs 5,6.8; 2Tm 4,5; 1Pt 1,13; 4,7; 5,8), «stare in guardia» (cfr. Lc 17,3; At 20,28; ecc.)... È significativo che nella maggior parte dei casi questi appelli si riferiscano a un atteg­giamento che il singolo è chiamato ad assumere nei confronti di se stesso. Invece di giudicare il comportamento altrui, ciascuno di noi dovrebbe avere il coraggio di guardare prima a se stesso (cfr. Mt 7,3-5; Lc 6,41-42); nessuno può infatti sostituirsi alla propria responsabilità personale.

Atteggiamento globale di attenzione, di ten­sione interiore, la vigilanza immette il credente in uno stato di lucidità spirituale per discer­nere la presenza del Signore e di apertura per fare spazio in sé alla sua venuta; essa fa di lui, appunto, un uomo vigilante. La vigilanza rappre­senta l'ambiente vitale della fede, della speranza e della carità, ed è un mezzo assai efficace per lottare contro quelli che un monaco del VI se­colo definiva «i tre potenti giganti»: l'ignoranza, l'oblio, l'indolenza. Essa è di fatto la matrice di tutte le virtù cristiane, come aveva compreso abba Poemen quando affermava: «Non abbiamo bisogno di nient’altro che di uno spirito vigilante».

Lo sforzo di vigilanza, teso a sgomberare il cuo­re del credente dalle distrazioni e dalle patologie che ne ostacolano la vita spirituale, contribuisce a creare l'uomo «non distratto» (cfr. 1Cor 7,35) e «non incostante» (Basilio di Cesarea). Ecco l'al­ternativa fondamentale: da una parte c'è il tipo dell'uomo che vive sotto il segno del torpore e della paura; teme la fatica e il dolore del conoscere se stesso; vive in superficie; è pigro e negligente; preferisce dissiparsi nell'attivismo o nel multiloquio, piuttosto che affrontare la fatica del discernimento. Dall'altra c'è l’uomo presente a se stesso, agli altri e a Dio; è attento agli eventi e agli incontri; fa scendere in profondità le sue radici e non cerca fuori di sé le motivazioni del suo agire; è capace di discernimento, di assunzione di responsabilità, di amore maturo e intelligente; non è uomo «di un momento» (Mc 4,17; Mt 13,21), ma è una persona paziente, in grado di affrontare la grande sfida della durata.

La vigilanza crea dunque i presupposti che rendono possibile all'uomo la risposta all'amo­re preveniente di Dio nei suoi confronti. Essa è eminentemente attiva e tempra il credente facendone una persona capace di resistere, di combattere, di nutrire e difendere la propria interiorità, di trasformare l'energia vitale sviata o bloccata nelle passioni idolatriche in energia per conseguire l'agape, la carità verso Dio, verso tutti i fratelli e tutte le creature. Non a caso la tradizione spirituale, in obbedienza al comando del Signore: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione» (Mc 14,38 e par.), ha associato la vigilanza alla lotta spirituale e alla preghiera, che di tale lotta è l'arma per eccellenza. Nella tradizione cristiana orientale l'atteggiamento della vigilanza, indicato con nomi diversi, è as­surto giustamente a strumento privilegiato della lotta contro il peccato e, ancor prima, contro i tentativi demoniaci di introdursi nell'animo umano tramite i «pensieri», le sugge­stioni della mente e del cuore. È utile, a questo proposito, rileggere uno dei numerosi testi della Filocalia in cui si parla proprio della vigilanza e dell'attenzione come porta di accesso all'arte della lotta spirituale:

“I nostri padri, udendo il Signore che dice nel santo vangelo che dal cuore escono i cattivi pensieri, omi­cidi, fornicazioni, adultèri, furti, false testimonianze, bestemmie, e che questo è ciò che contamina l'uomo (cfr. Mt 15,19-20), e udendolo ordinarci di purificare l'interno del bicchiere, affinché anche l'esterno di­venga puro (cfr. Mt 23,26), lasciarono ogni altra opera spirituale e lottarono con tutte le loro forze per questa sola opera, cioè la custodia del cuore, perché erano convinti che insieme a quest'opera avrebbero acqui­sito ogni altra virtù. Senza quest'opera, invece, non è possibile che sia acquisita e permanga alcuna virtù. Alcuni dei nostri padri hanno chiamato quest'opera hesychía (cioè pace, quiete) del cuore; altri, attenzione; altri, sobrietà e confutazione; altri, esame dei pensieri e custodia dell'intelletto... Sta scritto infatti: «Se si leva contro di te l'assalto del diavolo, non lasciare che entri nel tuo luogo» (Qo 10,4); e per «luogo» si intende il cuore. E il Signore nostro dice nel santo vangelo: «Non distraetevi» (Lc 12,29), cioè non disperdete il vostro intelletto qua e là... Chi non fa attenzione a custodire il suo intelletto non può divenire puro nel cuore per essere fatto degno di vedere Dio (cfr. Mt 5,8). Chi non fa attenzione non può divenire povero in spirito (cfr. Mt 5,3), né può darsi all'afflizione spirituale e piangere (cfr. Mt 5,4), o essere mite (cfr. Mt 5,5), o avere fame e sete della giustizia (cfr. Mt 5,6), o divenire misericordioso (cfr. Mt 5,7) e facitore di pace (cfr. Mt 5,9), o perseguitato a causa della giustizia (cfr. Mt 5,10). Per dirla in generale, non è possibile che acquisisca le altre virtù fuorché con questa attenzione” (Simeone il Nuovo Teologo, Le tre forme di preghiera).

Armati di questa vigilanza, di una vita sveglia e pronta a discernere il Nemico, si può dunque entrare nel combattimento contro le tentazio­ni, che ha sempre la sua origine e il suo fine nell'amore del Signore, nell'essere uniti a lui senza distrazioni.