LA GOLA
cioè il rapporto deformato con il cibo (prima parte)
“Non si può intraprendere la battaglia spirituale, se prima non si è vinto il nemico che è dentro di noi, cioè la voracità; se non abbattiamo i nemici a noi più vicini, è assolutamente inutile passare a combattere quelli più lontani” (Gregorio Magno, Commento morale a Giobbe).
La madre di tutte le passioni
Questa passione, designata da Evagrio con il termine «follia, delirio del ventre» e conosciuta dalla tradizione occidentale come «gola», è significativamente la prima della lista: per i Padri «l'ingordigia è madre di tutte le passioni» (Basilio di Cesarea). Possiamo chiederci: perché dedicare tanta attenzione all'atto del nutrirsi, che costituisce una necessità vitale dell'uomo? La riflessione della spiritualità cristiana non dimentica che il peccato di Adamo ed Eva nel loro entrare in relazione con un alimento, il frutto dell'albero, è avvenuto proprio nell'atto di mangiare (cfr. Gen 3,6). E il loro non è che il primo di una lunga serie di peccati di voracità attestati dalla Bibbia: Noè sperimenta gli effetti inebrianti del vino, fino a mostrare la nudità ai figli (cfr. Gen 9,21); Lot si ubriaca e ha rapporti incestuosi con le figlie (cfr. Gen 19,30-38); Esaù cede la primogenitura a Giacobbe per un piatto di lenticchie (cfr. Gen 25,29-34); il popolo di Israele nel deserto pecca per la voracità di cibo, desiderando tornare alla schiavitù d'Egitto pur di mangiare cibo in abbondanza e varietà (cfr. Es 16,2-3; Nm 11,4-6)...
Se dalla Scrittura passiamo alla nostra esperienza, possiamo dire che ogni patologia umana si innesta sul livello del bisogno primario per eccellenza, quello del nutrimento, della fruizione e del piacere: occorre mangiare per vivere, e occorre anche godere. Va però subito chiarito che l'ingordigia non indica il piacere nel mangiare - scrive del resto Cassiano: «Il piacere che si posa naturalmente sul mangiare non è un male,... non si può dire che sia cattivo» _ né tanto meno la capacità di apprezzare e gustare la buona qualità dei cibi; queste attitudini non vanno condannate, ma sono anzi da esaltare in quanto espressione di gioia e di rendimento di grazie per la bontà delle creature donate da Dio e trasformate da quella raffinata forma culturale e da quel linguaggio dell'amore che è la cucina. No, l'ingordigia è un atteggiamento di smoderatezza e di voracità in rapporto al cibo, è una brama sfrenata e compulsiva: insomma, una «brama di cibo non ordinata», un'autosoddisfazione dell'io solitario.
Certamente l'ingordigia si riferisce alla quantità del cibo, ma in realtà gli eccessi non sono solo quantitativi. I Padri del deserto associano infatti alla voracità anche, la «follia della gola», ossia la golosità, 1’eccesso nella ricerca della qualità del cibo. Così scrive Doroteo di Gaza:
“A volte si è tentati sulla qualità del cibo: ad esempio c'è chi non mangia molto, ma brama cibi raffinatissimi. Costui quando mangia un cibo che gli dà piacere, è talmente dominato dal piacere, che lo tiene a lungo in bocca, masticandolo a lungo e senza avere il coraggio di ingoiarlo per il piacere che ne prova. Questa è golosità. Un altro invece è tentato sulla quantità del cibo: non cerca cibi buoni... desidera solo mangiare; di qualsiasi cibo non desidera altro che riempirsi il ventre. Questa è voracità”.
Accanto a questi eccessi, vi è anche quello che consiste nel non rispettare i tempi per mangiare, che riguarda cioè il modo di mangiare. Si tratta dunque di vari comportamenti smodati, così ben sintetizzati da Gregorio Magno, nel Commento morale a Giobbe: “La voracità ci tenta in cinque modi: a volte anticipa il tempo del bisogno; altre volte non anticipa il tempo, ma chiede cibi più raffinati; altre volte pretende che i cibi siano sempre preparati con una cura meticolosa; altre volte si adatta alla qualità e al tempo dell'alimentazione, ma eccede nella quantità. Alcune volte poi non desidera affatto cibi raffinati, ma pecca più gravemente per eccessiva voracità”.
Sì, mangiare è una funzione essenziale, ma rischia sempre di ridursi a un'animalità irriflessa, non ragionata.
Un vizio di consumo
Ora, se è vero che noi oggi diamo poca importanza all'ingordigia, al punto che non la consideriamo più come un peccato, è altrettanto vero che, mai come oggi, sperimentiamo quanto essa sia dannosa per la nostra salute. È paradossale eppure reale: siamo maggiormente disposti ad accettare i disagi provenienti dagli abusi nel nostro rapporto con il cibo che non quelli causati da un suo retto uso, cioè le moderate rinunce e il giusto rapporto con il cibo che ci consentirebbero di intrattenere un rapporto equilibrato con il nostro corpo. Come non ricordare che la nostra società, assolutamente mal disposta a comprendere queste «lotte spirituali», in realtà reintroduce quasi le stesse discipline raccomandate dalla tradizione cristiana – cioè esercizi, digiuni, diete –, per ragioni di salute e di estetica? Nell'attuale contesto culturale della «società dei consumi», dove il cibo non manca mai, l’eccesso di cibo si declina appunto come un vizio di consumo. Si tende a ingurgitare cibo alla stregua di carburante in grado di assicurare il funzionamento della nostra macchina-corpo, e lo si fa evitando di riconoscere come patologico il nostro modo di mangiare, giustificato sbrigativamente con la mancanza di tempo o i ritmi produttivi.
Qual è il risultato? Quello già espresso con grande sapienza in alcuni salmi: «L'uomo nel benessere non comprende» (Sal 48,21), «gli uomini sono ottusi nella loro sufficienza» (Sal 16,10; lett.: «sono chiusi nel loro grasso»). L'ingordigia ci rende pesanti in senso proprio e in senso figurato, causa insonnia e a volte provoca addirittura malesseri (cfr. Pr 23,29-35; Sir 31,20-25), ma soprattutto provoca un intontimento, un’ebetudine dell'intelligenza, un torpore che spegne la vigilanza. Significativamente Gesù ha avvertito: «Vigilate, in modo che i vostri cuori non si appesantiscano in ubriachezze» (cfr. Lc 21,34). D'altra parte essa può anche provocare sfrenatezza, eccitazione, può togliere i freni inibitori alla lingua, ai gesti, allo stare in mezzo agli altri: l'orgia è sempre il risultato di un atteggiamento smodato nel mangiare e nel bere, è il culto che, secondo Paolo, è celebrato da quelli che «hanno il ventre come proprio dio» (cfr. Fil 3,19).
Grazie all'apporto delle scienze umane noi oggi siamo in grado di rileggere l'intuizione patristica che ravvisa nell'ingordigia la «porta di tutte le passioni». La voracità appare infatti come la porta dei vizi: non è forse vero che dall'eccesso di assunzione di vino e cibo nascono il multiloquio, la scurrilità, le beffe, l’allegria sconcia, la sfrenatezza sessuale, la perdita di vigilanza, l'intontimento spirituale, e a volte persino l'aggressività, la violenza? Non è forse a tavola, luogo destinato alla condivisione, allo scambio della parola, all'effusione dell'affetto, che un eccesso di cibo e bevande provoca liti e atteggiamenti violenti? Sì, la tavola è luogo di epifania anche a causa di ciò e di come si beve e si mangia: epifania della comunione, dell'amore, oppure epifania dell'aggressività...
Un atto primordiale
L'atto del mangiare, inoltre, non ha a che fare semplicemente con il nutrimento fisico, ma più in profondità appartiene al registro del desiderio, riveste importanti connotazioni affettive e simboliche: il mangiare è atto primordiale e riconoscimento iniziale del mondo, come testimonia l'esperienza originaria del neonato che, perduto il paradiso del grembo materno, cerca il piacere con la sua bocca. Così comincia a relazionarsi con il mondo esterno succhiando il seno materno per cibarsi, e poi succhiando tutto ciò che può portare alla bocca. Il neonato cerca il seno materno con desiderio prepotente e quasi insaziabile, e, animato da questa pulsione, non sa distinguere tra la matrice e la persona della madre: vorrebbe divorare questa matrice, fonte e termine di ogni suo desiderio e bisogno, vorrebbe averla tutta per sé. E noi oggi siamo avvertiti sul fatto che questa esperienza iniziale di desiderio e di conoscenza, così come eventuali esperienze traumatiche vissute dal bambino nelle sue relazioni con la madre, soprattutto nella fase dell'allattamento e dello svezzamento, rischiano di causare fissazioni o regressioni a comportamenti infantili, allo «stadio orale».
Proprio quelle frustrazioni orali che segnano in profondità il nostro inconscio possono generare fami divoranti o altrettanto divoranti astensioni dal cibo. È nel rapporto con il cibo, infatti, che si cercano soluzioni al proprio malessere, con conseguenze mortifere: bisogno di ingurgitare grandi quantità di cibo o di bevande, fino alla bulimia, per soddisfare un'irrefrenabile pulsione orale; oppure, al contrario, rifiuto di ingerire il nutrimento necessario, fino all'anoressia. Prima di essere indice di un malessere spirituale, l'ingordigia si manifesta pertanto come una furiosa perversione del desiderio, che può assumere il volto della psicosi e della nevrosi: che cosa sono infatti bulimia e anoressia se non indici di turbamenti affettivi che si ripercuotono sull'alimentazione? E così il cibo finisce per sostituirsi all'amore, e il rapporto con esso diventa un mezzo per occultare la sofferenza: l'amore è irraggiungibile, mentre il cibo è a portata di mano... Con la bocca noi mangiamo, parliamo e anche baciamo: le sfere della comunicazione, dell'affettività, della sessualità sono implicate nell'oralità e sono simbolicamente presenti nell'atto dell'assunzione del cibo. Tuttavia nella voracità avviene lo stravolgimento del mezzo in fine: il cibo non è più inteso come uno strumento per vivere, per condividere e per festeggiare, ma come una sorta di fine in se stesso, come piacere teso alla propria soddisfazione fino all'eccesso! Ecco perché il percorso di crescita umana e spirituale richiede necessariamente la capacità di ordinare tutti i nostri appetiti, a partire da quello fondamentale del cibo. Non si dimentichi inoltre che sta nello spazio dell'ingordigia anche il cibo che con voracità acquistiamo oltre i nostri reali bisogni e che poi buttiamo via...
