LA LOTTA SPIRITUALE (seconda parte)
LE ARMI DELLA LOTTA
La lotta invisibile si fonda in radice sulla fede nella resurrezione di Gesù Cristo, sulla fede cioè nell'evento pasquale che ha segnato la vittoria definitiva sulla morte e su “colui che della morte ha il potere, il diavolo” (Eb 2,14). Di più, se ogni peccato è in definitiva un tentativo maldestro di affrontare la paura della morte, l'arma più efficace della lotta è proprio la fede nella resurrezione. Chiarito questo, è possibile scendere un po' più nel particolare, analizzando alcune delle armi in possesso dell'uomo per affrontare l'aspro combattimento.
Atanasio ricorda il significativo episodio in cui Antonio, esposto a un impietoso attacco dei demoni, vide un raggio di luce scendere dal tetto e, insieme, scomparire i suoi avversari. Allora Antonio sentì che il Signore lo aiutava e trasse un sospiro di sollievo; liberato dai dolori, domandò: «Dov'eri tu? Perché non sei apparso fin dall'inizio per porre fine alle mie sofferenze?». E gli giunse una voce: «Antonio, ero qui! Ma aspettavo per vederti combattere; poiché hai resistito e non ti sei lasciato vincere, sarò sempre il tuo aiuto».
In altre parole, non è lo sforzo umano a ottenere la vittoria, ma la grazia di Dio che, attraverso la morte dell'uomo a se stesso, agisce in lui e lo vivifica. Nessuna presunzione nel combattimento spirituale: l'unico nostro merito può essere quello di predisporre tutto affinché Dio agisca in noi. La vita del cristiano può solo essere vita di conversione in atto, un continuo cedere alla grazia che ci attira e ci salva; lo Spirito santo che abita in noi non è solo il maestro di questa lotta, ma è lui stesso a lottare in noi, rinnovando sempre la nostra persona affinché possa essere, nonostante le nostre contraddizioni, dimora di Dio (cfr. 1Cor 3,16; 2Cor 6,16). D'altra parte, è pur vero che la collaborazione dell'uomo all'azione di Dio è assolutamente necessaria, come dimostra l'episodio appena citato. Tale sinergia tra azione di Dio e desiderio dell'uomo è ben espressa dalle parole del profeta Geremia: “Guariscimi, Signore, e io sarò guarito, salvami e io sarò salvato... Fammi ritornare e io ritornerò, perché sei tu il mio Dio” (17,14; 31,18).
In questa dura lotta occorre munirsi di armi spirituali (cfr. 2Cor 3,5): oltre a quanto detto sopra a proposito della vigilanza, vanno certamente menzionate «la corazza della fede e della carità, e l'elmo della speranza della salvezza» (cfr. 1Ts 5,8). Scendendo più nello specifico, la tradizione cristiana ha individuato alcuni strumenti particolarmente indicati per affrontare questa lotta, nella consapevolezza che «chi combatte nella lotta, non riceve la corona se non ha combattuto secondo le regole» (2Tm 2,5; cfr. anche 1Cor 9,25). Vi è innanzitutto l'assiduità con la Parola di Dio - «spada dello Spirito» (Ef 6,17) - contenuta nelle Scritture: «La meditazione della Parola di Dio è simile a una tromba che tiene il tuo cuore desto per il combattimento, affinché tu non dorma mentre il tuo Avversario veglia» (Origene). La pratica della lectio divina, l'esercizio di meditare e pregare la Parola, fatti con fede, possono ricomporre l'unità del cuore posta in crisi dall'insinuarsi del pensiero malvagio. Per questo i Padri del deserto, nella convinzione che la sola lettura di un brano scritturistico riempie di timore i demoni, consigliano di ricorrere alla Bibbia, soprattutto attraverso l'apprendimento mnemonico di alcuni suoi brani, per lottare con efficacia contro i demoni: «Grande sicurezza contro il peccato è la lettura delle Scritture». Non si tratta di fare cose straordinarie, ma semplicemente di dare unità alla nostra giornata mediante la memoria di un versetto scritturistico, di una parola di Gesù, certi che dal lavoro della Parola in noi, nel nostro cuore, procede la vera opera di trasfigurazione di tutto il nostro essere.
Strettamente legate a tale assiduità sono la preghiera e l'invocazione del Signore (cfr. Ef 6,18-20; Col 4,12): chiedere il dono di un «cuore capace di ascolto» (1Re 3,9) e invocare con umiltà: «Non ci indurre – o meglio, non ci abbandonare – nella tentazione, ma liberaci dal Maligno» (Mt 6,13), sono elementi essenziali della lotta. Guai, in particolare, a chi non sa fare propria con convinzione quest'ultima invocazione del Padre nostro, perché significa che è talmente abituato ad accogliere la tentazione, da acconsentirvi ormai senza alcuna resistenza... Scrive Filoteo Sinaita: «Quando riconosci il pensiero, contraddicilo, e subito, in fretta, chiama Cristo in tua difesa. E il dolce Gesù, mentre ancora tu parli, dirà: "Ecco, sono qui a prestarti soccorso"».
Non si dovrebbe poi dimenticare l'importanza dell'apertura del cuore a un padre spirituale, a chi è più esperto in umanità e in vita spirituale. È puramente illusorio pensare di poter affrontare da soli con successo questa lotta: non ci si può fidare di se stessi, né tanto meno guidarsi da soli! Affidare a un altro la suggestione, il pensiero, non significa semplicemente sfuggire al soggettivismo, ma accedere già a una misura terapeutica. È inoltre un grande atto di umiltà, con cui ci si dispone ad accettare l'aiuto da chi ha ricevuto il dono del discernimento. Davvero l'arte della lotta richiede una trasmissione: la si impara soltanto da un maestro spirituale, da una persona che ha sperimentato a lungo su di sé la fatica della lotta. Lo aveva ben compreso Doroteo di Gaza: “Non conosco alcuna caduta che non sia stata causata dalla fiducia in se stessi. Alcuni dicono: «L'uomo cade in peccato per questo o per quest'altro motivo», ma io, ripeto, non conosco caduta che non sia avvenuta per altra causa che quella. Vedi qualcuno cadere? Sappi che si guidava da solo. Nulla è più grave che guidarsi da sé, nulla è più fatale”.
La lotta richiede inoltre la disponibilità ad acconsentire senza alcuna resistenza alla misericordia di Dio, credendo più a essa che non all'evidenza di miseria delle nostre vite: mai disperare della misericordia di Dio (cfr. san Benedetto, Regola IV,74), delle sue “viscere di misericordia” (Sal 102,4; Is 54,7; cfr. anche Is 49,14-15) tenace e paziente per gli umani suoi figli. Non si dimentichi che la vita cristiana non è un’inarrestabile ascesa verso l’alto, un cammino di perfezione dopo una definitiva vittoria sul peccato, bensì vita di un peccatore perdonato, che ritorna costantemente a mendicare la misericordia di Dio, cadendo e rialzandosi senza fine; essa è l'incessante arte di riprendere la conformità a Cristo, è il costante ricorso al calice del suo sangue che purifica e perdona i nostri peccati.
Ecco perché, infine, occorre saper fare dell'Eucaristia il magistero della lotta spirituale, l'insegnamento che governa i nostri rapporti con la realtà, con gli altri, con noi stessi e con Dio. La liturgia eucaristica, canone e regola dell'intera vita cristiana, è infatti l'evento in cui Dio è adorato e confessato nella sua santità e in cui, nel contempo, la sua santità viene comunicata a quanti partecipano a questa azione comune: «il nostro pensiero è in pieno accordo con l'eucaristia e l'eucaristia, a sua volta, conferma il nostro pensíero» (Ireneo di Lione, Contro le eresie, IV,18,5). Se dunque nella celebrazione dell'Eucaristia i cristiani entrano in stretta comunione con la vita stessa del Figlio, fino a divenire il suo corpo nella storia, è fondamentale che essi comprendano in profondità il significato e le implicazioni contenute nel gesto liturgico: come Gesù ha consegnato e spezzato la sua vita per gli uomini, così ogni cristiano deve donare la propria vita per i fratelli. A questo livello appare nuovamente con evidenza che la nostra lotta non è altro che un predisporre tutto affinché il Signore Gesù agisca in noi, un acconsentire a che nella nostra lotta sia lui a lottare. Ogni nostra vittoria è solo un riflesso della vittoria pasquale di Cristo: egli infatti sa compatire le nostre debolezze, essendo stato tentato in ogni cosa, come noi, ma senza commettere peccato (cfr. Eb 4,15), e ora «è sempre vivente per intercedere a nostro favore» (Eb 7,25).
CONCLUSIONE
“Benedetto il Signore, mia roccia!Egli addestra le mie mani alla battaglia,
le mie dita all'arte della lotta” (Sal 143,1).
La lotta spirituale è il cammino attraverso il quale, nello spazio della libertà e dell'amore, si apprende l'arte della resistenza alla tentazione e l’arte della scelta. Avere un cuore unificato, un cuore puro, sensibile e capace di discernimento, un cuore che custodisce e genera pensieri d'amore: ecco lo scopo del combattimento spirituale, arte davvero appassionante. È necessaria una grande lotta anti-idolatrica per essere liberi di servire e amare Dio, così da porsi in autentica relazione con gli uomini e le cose tutte, nostre co-creature; insomma, per giungere a fare della nostra vita umana un capolavoro. In definitiva, 1’opera d'arte che ciascuno è chiamato a fare della propria esistenza dipende essenzialmente dalla sua capacità di relazione con se stesso, con Dio, con gli altri e con le cose, all'insegna di una lotta quotidiana per tendere alla comunione. Sì, la vita cristiana comporta una lotta senza tregua contro le tentazioni: questa disciplina è certamente faticosa, è dura quanto la guerra tra uomini, eppure è ciò che introduce alla bellezza e alla qualità della vita personale, in vista di una miglior qualità della convivenza umana.
Infine, non lo si dimentichi mai, la lotta spirituale è il campo di battaglia in cui possiamo e dobbiamo fare esperienza delle viscere di misericordia di Dio, che sempre ci viene incontro mentre ancora siamo lontani da lui (cfr. Lc 15,20); anzi, noi possiamo uscire vincitori da questa lotta solo confidando nell'amore di Dio, nella sua grazia, cioè nella potenza dello Spirito santo. Questo arduo combattimento ci lascia certamente delle ferite, ma la misericordia può consentirci di non uscirne quali reduci mutilati e pronti a mutilare gli altri. Solo accettando di essere destinatari di tale misericordia, contemplando cioè la bontà dell'amore di Dio e di chi tra gli uomini ne è un riflesso; solo fissando lo sguardo su quella dolcezza che può sostenerci, la vittoria sulla tentazione diventerà possibile. Anzi, in Dio le tentazioni sono già vinte, perché quelle che noi non riusciamo a vincere, Cristo le vincerà per noi e in noi, ora e al di là della morte.
Illuminante in questo senso è la testimonianza che ci ha lasciato, ormai anziano, il patriarca di Costantinopoli Athenagoras I, autorevole interprete della lunga tradizione spirituale che abbiamo incontrato nel nostro percorso. Parlando dei poveri in spirito egli affermava che tali sono coloro i quali, grazie a una dura lotta interiore, sono pervenuti a spogliarsi delle pretese del loro «io», e sanno così ricevere di momento in momento la loro esistenza da Dio come una grazia. E concludeva: “Per lottare efficacemente contro la guerra, contro il male, bisogna volgere la guerra all'interno, vincere il male in noi stessi. Si tratta della guerra più aspra, quella contro se stesso... Bisogna riuscire a disarmarsi. Io questa guerra l'ho fatta. Per anni e anni. E stata terribile. Ma ora sono disarmato. Non ho più paura di niente, perché «l'amore scaccia la paura» (1Gv 4,18). Sono disarmato della volontà di spuntarla, di giustificarmi alle spese degli altri... Perciò non ho più paura. Quando non si possiede più niente, non si ha più paura. «Chi ci separerà dall'amore del Cristo?» (Rm 8,35)”.
Sì, frutto della lotta spirituale è una libertà che rende possibile l'amore: e solo l'amore motiva e dà senso alla nostra lotta, all'intera nostra vita, solo l'amore umanizza.
Altri testi con cui si può proseguire, o anche alternare la lettura, a discrezione dei responsabili:
IRA, GOLA, INVIDIA, ACCIDIA E LOTTA SPIRITUALE SECONDO I PADRI DELLA CHIESA
Ira, fermare il male fin dal suo inizio
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Da Pacomio, Catechesi su un fratello che serbava rancore, 28
Perché, quando un fratello ti ferisce con una parola, ti adiri e ti comporti come le belve? Non ricordi dunque che Cristo è morto per te! E quando il tuo nemico, cioè il diavolo, ti sussurra qualcosa, pieghi il tuo orecchio verso di lui perché vi riversi la sua sozzura, gli apri il tuo cuore e divori il veleno che vi ha gettato. Sventurato! E proprio questo il momento di diventare come una belva oppure come il fuoco fino a consumare tutta la sua malizia! Dovresti aver nausea e vomitare la maleodorante iniquità; che il veleno non penetri dentro di te e tu muoia! Uomo, non hai sopportato una piccola cosa detta da tuo fratello. Il Nemico cerca di divorare la tua anima, e allora che hai fatto? Con lui hai avuto pazienza?
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Da Evagrio Pontico, A Eulogio. Sulla confessione dei pensieri, 11
Preparati ad essere mite e insieme combattivo: mite verso il tuo simile, combattivo verso il Nemico. Proprio a questo serve l'irascibilità: da una parte ad opporsi con odio al serpente e dall'altra a sopportare amorevolmente il fratello con mitezza e con garbo e a combattere il pensiero cattivo. Il mite sia dunque combattivo: la mitezza sia disgiunta dai pensieri fraudolenti, e così la guerra dagli uomini della sua stessa natura. Non stravolgere e non snaturare l'impiego dell'irascibilità così da adirarti contro tuo fratello, imitando il serpente, e da stringere amicizia con il serpente, acconsentendo ai pensieri cattivi. Il mite, anche se patisce gravi offese, non si allontana dalla carità: grazie ad essa infatti è longanime, tollerante, benigno e paziente. Se infatti è proprio della carità essere longanime, non appartiene alla carità combattere con animo adirato. L'irascibilità suscita odio, invidia e collera, ma la carità odia queste tre cose. Se sei saldo nella carità, bada ad essa più che a chi ti offende. Servi Dio con timore e carità: da una parte, come tuo Signore e giudice, dall'altra come Colui che ama gli uomini e li sostenta. Chi ha acquisito le virtù proprie della carità imprigiona le passioni malvagie, e chi dalla Santa Trinità ottiene queste tre virtù, la fede, la speranza e la carità, sarà una città cinta da un triplice muro, fortificata dalle torri delle virtù.
Gola
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Da Cassiano, Istituzioni cenobitiche V,23,1
Ci sono tre forme di ingordigia: la prima ci spinge ad anticipare l'orario fissato per il pasto; la seconda si compiace soltanto di riempire e di saziare il ventre di cibo, di qualunque genere esso sia; la terza si diletta di vivande più ricercate e gustose. Contro questo vizio, dunque, il monaco deve osservare tre regole: prima di tutto, aspetti il tempo fissato per rompere il digiuno; poi si accontenti di un'alimentazione parca e contenuta; e infine, dei cibi più comuni e meno ricercati.
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Da Gregorio Magno, Commento morale a Giobbe XXX, 60-61,213
La colpa non è nel cibo, ma nell'avidità... Dobbiamo prendere ciò che la necessità della natura richiede, non ciò che il piacere di mangiare suggerisce.
Invidia
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Da Basilio di Cesarea
L'invidia è un male proprio del diavolo, l'invidia non può essere espressa in parole e non ammette cura. Chi ha mal di testa dice al medico che gli fa male la testa, ma chi è malato d’invidia che cosa può dire? Mi fanno male i beni del fratello? La verità è proprio questa, ma ciascuno si vergogna di dirla a parole. Per che cosa gemi? Per un male proprio o per un bene altrui?
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Da Gregorio di Nissa, Vita di Mosè 11,256-258
L'invidia è la passione che è all'origine del male, il padre della morte, la prima via d'ingresso per il peccato, la radice della malvagità, l'origine della tristezza, la madre di ogni disgrazia, la causa di disobbedienza, l'inizio della vergogna. L'invidia ci ha esiliato dal paradiso tramutandosi in serpente ai danni di Eva. L'invidia ci ha separato dall'albero della vita e, dopo averci spogliati delle sacre vesti, ci ha fatto ricorrere con vergogna alle foglie di fico. L'invidia, armò Caino contro la sua stessa natura e introdusse l'abitudine di vendicare sette volte la morte di una persona. L'invidia ridusse Giuseppe in schiavitù. L'invidia è pungolo mortifero, arma nascosta, malattia della natura, veleno della bile, deperimento volontario, ferita amara, chiodo dell'anima, fuoco interiore, fiamma che arde nelle viscere.
Per essa è una disgrazia non il proprio male, ma il bene altrui; è un successo non il proprio bene, ma il male degli altri. L'invidia si rattrista dei successi degli uomini e coglie al volo le loro disgrazie. Dicono che gli avvoltoi che divorano cadaveri siano uccisi dal profumo: la loro natura infatti è abituata a ciò che è puzzolente e putrefatto. Allo stesso modo, chi è posseduto da questa malattia si sente ucciso dal benessere dei suoi vicini come da un profumo; appena però si accorge che sono nella sofferenza per una qualche sventura, si precipita a volo sopra di essa e vi introduce il suo becco ricurvo per scoprire tutto ciò che si cela in quella disgrazia.
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Da Massimo il Confessore, Centurie sulla carità 1,55
Se è vero che la carità non fa alcun male al prossimo (Rm 13,10), colui che invidia il fratello e si rattrista per la sua buona fama e con scherni imbratta la sua reputazione o, nella sua malizia, gli tende insidie, come non si pone al di fuori dell'amore e non diventa meritevole dell'eterno giudizio?
Accidia (o acedia)
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Da Diadoco di Fotica, Capitoli 58
Quando la nostra anima comincia a non provare più alcun desiderio per le attrattive della terra, allora, il più delle volte, a poco a poco un senso di acedia la pervade, che non le permette più di dedicarsi con gioia al ministero della parola (cfr. At 6,4), né tanto meno le lascia il desiderio penetrante dei beni futuri; anzi svaluta all'eccesso questa vita passeggera, come se non permettesse alcuna opera degna di virtù, e disprezza la stessa conoscenza, o perché essa è concessa ormai anche a molti altri, o perché non promette di insegnarci niente di perfetto.
Potremo sfuggire a questo stato d'animo di tiepidezza e di indolenza, se imporremo al nostro pensiero limiti molto stretti fissando lo sguardo sul solo ricordo di Dio; solo così infatti la mente ritornerà al suo precedente fervore e potrà sottrarsi a quell'irragionevole dissipazione.
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Da Evagrio Pontico, Scolii ai Salmi 118,28
L’acedia è un moto duraturo nel contempo di collera e di desiderio: da una parte ci si adira per ciò che è presente, dall'altra si desidera ciò che non è presente.
La lotta spirituale
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Da Origene, Omelie su Giosuè 5,2
Occorre ripetere quali sono le guerre e le lotte che ci attendono dopo il battesimo?... Si tratta forse di cercare fuori di sé una strada da intraprendere o un campo di battaglia? Forse le mie parole ti stupiranno, eppure sono vere: limita la tua ricerca a te stesso! Tu devi lottare in te stesso, perché il tuo nemico procede dal profondo del tuo cuore. Non sono io a dirlo, ma Cristo: “Dal cuore provengono i pensieri malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie” (Mt 15,19).
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Dai Detti dei padri del deserto, Collezione alfabetica, Antonio 4
Questa è l'opera grande dell'uomo: gettare su di sé il proprio peccato davanti a Dio e attendersi tentazioni fino all'ultimo respiro.
- Da padre Andrea Gasparino, Una lettera dal deserto.
Questa lettera, nata in un deserto di quaranta giorni, sintetizza bene che cosa è urgente fare nel concreto per una vera esperienza del sacramento del perdono.
CONOSCI LE REGOLE PER LA CONFESSIONE?
Carissimi,
siamo proprio capaci di confessarci bene? Mi sono fatto questa domanda perché sono ancora colpito dall'effetto e dalla gioia della nostra riconciliazione. E allora vi passo subito il problema: cosa fate quando vi preparate al Sacramento? Quanto tempo date? Prendete sul serio il dovere della preghiera prolungata prima del sacramento? E leggete sempre qualcosa che ringiovanisca le idee, le rinfreschi?
Parlo di preghiera prolungata, sì, perché è un'esperienza di fede il Sacramento, è un'esperienza dello Spirito e lo Spirito muove solo quando c'è clima profondo di preghiera. Parlo di preghiera prolungata perché siamo ottusi alle realtà dello Spirito. Ce ne vuole a togliere le incrostazioni materialiste in noi prima che lo Spirito sia libero in noi. Vedo qui le Sorelle indaffarate a pulire le gavette; dopo una settimana di fuoco all'aperto la gavetta o il pentolino è molto nero, ce ne vuole di paglietta di ferro per far andare via lo sporco e far di nuovo luccicare il metallo. È preciso alla nostra confessione, prima di poter brillare, di potere essere disponibili allo Spirito ci vuole sudore e paglietta di ferro! Tempo ci vuole! In quattro e quattr'otto si fa niente nelle cose dello Spirito.
Quindi:
- Prima regola per le mie confessioni: cominciare dalla preghiera paziente e dal rinnovamento delle idee molto tempo prima del sacramento. Niente paura a cominciare troppo presto. Tutto quello che do nella preparazione lo trovo quando riceverò il sacramento. Poi, ciò che mi è servito di più quest'anno è stata una bella novità: ho capito che dovevo preparare tre documenti prima del sacramento. Presentarmi alla confessione con tre documenti. Ho capito che prima di confessare i peccati noi dobbiamo confessare ben altro. Sapete che cosa? Primo, confessare l'amore di Dio. Secondo, confessare la fede viva in Gesù che perdona e guarisce. Terzo, confessare la fede viva nello Spirito Santo che darà sicurezza al mio futuro, al dopo-sacramento. Quando ho fatto tutto questo, voi capite che la vostra fede vibra! Il sacramento diventa di fuoco. Eccoci allora:
- Seconda regola: prima di confessare i peccati, confessare l'amore di Dio. Devo cioè mettermi con tenerezza di fronte al Padre e dare uno sfogo alla riconoscenza: quanti doni di Dio tra un sacramento e l'altro, non riuscite a contarli! Ma se non apro gli occhi non mi accorgo del suo amore. E se non mi accorgo del suo amore di dove farò partire il mio pentimento?
- Terza regola: prima di confessare i peccati, confessare la mia fede nella potenza di Gesù che è capace a rinnovarmi completamente e a guarirmi stabilmente. Tirate fuori la fede! Il Sacramento è l'incontro personale con Gesù, ma se la fede non è viva, che incontro è il vostro? Tirate fuori la fede come quei poveretti che andavano incontro a Gesù per farsi guarire. La fede è dono ma è anche rimboccarsi le maniche. Che cosa facevano quei poveretti per avere la fede in Gesù che guarisce? Si arrangiavano! La tiravano fuori quella fede, illuminati misteriosamente da Dio. E la fede operava quando si presentavano a Gesù.
- Quarta regola: prima di confessare i peccati, confessare la mia fede nella potenza dello Spirito. Noi slittiamo sempre al facile, al magico, cambiamo spesso il Sacramento in un atto magico: quattro mancanze buttate là (la Speyr la chiama «una cicalata», canto di cicala!), un esame superficialissimo (la Speyr dice: «Non togliere solo la crema ai nostri atti, ma andare a fondo!»), un segno di croce del confessore e tutto è fatto. Ma questo è magia, non è esperienza di fede! Io devo abbandonarmi allo Spirito Santo, dichiarargli solennemente che mi fido di lui, mi abbandono a lui, che non ho paura del dopo-confessione, che lui mi aiuterà e ho bisogno di scrivere questo documento perché devo anche dirgli che gli lascio carta bianca per operare, che rimetto tutto a lui.
E questi tre documenti li rivedrò di tanto in tanto nella mia preghiera e mi rinfrescheranno la memoria su quello che ha fatto per me il Signore. - Quinta regola: non montarmi la testa che fatto il sacramento è tutto fatto. No, anche questo è magia. Non è tutto fatto, ma comincia tutto. Comincia tutto, ma con possibilità nuove, con mezzi nuovi, più potenti, di lotta. Devo sapere che il Sacramento è una realtà di fede che mi tocca realmente e mi cambia realmente. L'opera del sacramento non la vedrò subito. Il Sacramento scatterà al momento giusto, in modo stranissimo: dopo un incontro, un libro, una lettura, una persona, una testimonianza, un'ispirazione, una gioia, una pena; sono tutti i mezzi con cui lo Spirito al momento giusto lavorerà in me per svegliarmi, per ricordarmi gli impegni, per stimolarmi.
Il Sacramento non è incontro sensibile con Cristo, ma incontro di fede, è normale che io non senta niente (qualche volta però sento che c'è stato l'incontro con la persona di Cristo). E non devo pensare che non ci siano più sconfitte, ce ne saranno, ma se ho fatto la mia parte io, per virtù del Sacramento, reagirò in altro modo alle sconfitte. Il problema è il mio legame forte con lui nelle sconfitte e nelle vittorie, nelle sconfitte per riprendermi subito, nelle vittorie per ringraziare di cuore.
Accompagnate la «confessione dell'amore del Padre» col salmo 102, la «confessione della potenza del Figlio» col salmo 129, la «confessione della speranza nello Spirito» col salmo 50. Sono i tre salmi della Confessione. E leggete la Passione del Signore, niente aiuta come questo per la riconciliazione: è la storia della grande riconciliazione di Cristo! Trent'anni ha impiegato Cristo per prepararsi alla riconciliazione!
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Da card. Carlo Maria Martini, l’Evangelizzatore in San Luca. Meditazioni, Milano 1980.
I TRE MOMENTI DELLA CONFESSIONE
La confessio laudis è cominciare il colloquio penitenziale rispondendo alla domanda: dall'ultima confessione, quali sono le cose per cui sento di dover maggiormente ringraziare Dio? Quelle cose nelle quali sento che Dio mi è stato particolarmente vicino, in cui ho sentito il suo aiuto, la sua presenza? Fare emergere queste cose, cominciare con questa espressione di ringraziamento, di lode, che mette la nostra vita nel giusto quadro.
Segue la confessio vitae. Evidentemente trovo molto giusto quello che si insegnava nella pratica della confessione, di confessarsi cioè secondo i dieci comandamenti o secondo un altro schema, ma per questa confessio vitae io suggerirei - per coloro che hanno una possibilità maggiore di tempo - questa domanda: a partire dall'ultima confessione che cosa è che, soprattutto davanti a Dio, non vorrei che fosse stato? Che cosa mi pesa? Quindi più che preoccuparsi di far emergere una lista di peccati - che ci potrà anche essere quando sono cose molto gravi e precise perché, allora, emergono da sé - si tratta di vedere le situazioni che abbiamo vissuto e che ci pesano, che non vorremmo che fossero e che proprio per questo mettiamo davanti a Dio per esserne sgravati, per esserne purificati.
Infine, la confessio fidei è la preparazione immediata a ricevere il suo perdono. È la proclamazione davanti Dio: Signore, io conosco la mia debolezza, ma so che Tu sei più forte. Credo nella tua potenza sulla mia vita, credo nella tua capacità a salvarmi così come sono adesso. Affido la mia peccaminosità a Te, rischiando tutto, la metto nelle tue mani e non ne ho più paura. È necessario, cioè, cercare di vivere l'esperienza di salvezza come esperienza di fiducia, di gioia, come il momento in cui Dio entra nella nostra vita e ci dà la Buona Notizia: “Va' in pace”, mi sono preso io carico dei tuoi peccati, della tua peccaminosità, del tuo peso, della tua fatica, della tua poca fede, delle tue interiori sofferenze, dei tuoi crucci. Li ho presi tutti su di me, me li sono caricati perché tu ne sia libero.
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Da Divo Barsotti, stralcio dall’omelia del 27 ottobre 1995
LO SCONTRO È FRA DIO E IL MALIGNO
Aveva ragione Origene: non viviamo soltanto una storia umana, vi è sempre lo scontro frontale e pauroso di forze infinitamente più grandi di quelle dell’uomo: di Dio e del Maligno. E l’uomo è a servizio dell’uno o dell’altro. Ricordate la meditazione che è centrale negli Esercizi di sant’Ignazio di Loyola? È la predica dei due stendardi: l’esercito di Satana e l’esercito di Dio. Nella misura che tu liberamente non accetti di essere a servizio di Dio, sei certamente schiavo di Satana anche se non lo sai; anzi tanto più quanto meno lo sai, perché il Maligno agisce in te attraverso la notte, la "nescienza".
È vero, tutto sembra precipitare nel vuoto, tutto sembra sfasciarsi, anche la Chiesa; ma non dobbiamo avere paura! Basta uno solo a salvare tutta la Chiesa, se questi veramente crede che in lui vive Dio. Perché in lui vive Uno che è più grande del mondo: Dio.
Avete mai considerato come nella storia della Chiesa chi salva l’umanità sono sempre dei poveri uomini isolati, uno per tutta un’umanità che è impazzita? Pensate, per esempio, a san Giovanni Damasceno. Aveva contro di sé tutto l’Islam, di cui era stato per lunghi anni uno dei funzionari più grandi: era stato come il primo ministro presso il Visir di Damasco. A cinquant’anni si fa monaco per essere testimone di Cristo contro l’Islam che nel secolo ottavo aveva invaso tutta l’Asia Minore, aveva occupato tutta l’Africa settentrionale e già minacciava anche la cristianità occidentale. E non soltanto è solo contro l’Islam, ma lo è anche contro la Chiesa, perché in quel momento si può dire che la Chiesa era tutta caduta nell’eresia iconoclasta. E lui, da solo, assicura alla Chiesa la salvezza sul piano dogmatico, sul piano liturgico, sul piano di una difesa anche religiosa nei confronti dell’Islam.
E quello che è avvenuto con san Giovanni Damasceno è avvenuto con sant’Atanasio. Dice san Girolamo che il mondo, a un certo momento, si svegliò e si stupì di essere tutto ariano. I vescovi, uno dopo l’altro, con debolezza avevano firmato certi decreti che andavano contro il Concilio di Nicea. Lui solo, impavido, resistette. Tutta la Chiesa sembra concentrarsi in lui solo. Fu perché era gigantesco sant’Atanasio, fu perché era un'anima gigantesca san Giovanni Damasceno? Sì, ma soprattutto perché Dio viveva in loro. Un santo basta a salvare tutto il mondo, se nel santo vive Dio, che è più grande del mondo.
