Sintesi di una conferenza di mons. Angelo De Donatis (predicatore degli esercizi spirituali 2014 a papa Francesco)

I RIMEDI ALL’ACCIDIA

Accenno ora ai rimedi dell’accidia: niente di eccezionale ma quello che la Chiesa da sempre ha proposto. Prima di tutto la pazienza. Intesa come capacità di resistenza. Siccome l’irrequietezza porta a cambiare luogo, situazione, io devo mettere qualcosa che va contro quello stato d’animo che si crea. È importante che ci sia questa virtù della pietra, il rimanere. Io lo racchiudo in una parola che nella Bibbia è fondamentale: l’ “eccomi”. “Eccomi” significa ci sono: io non scappo, non desidero una situazione diversa da quella che sto vivendo. Non posso dire: “Se avessi un’altra famiglia, un’altra parrocchia, altri amici, altre relazioni, chissà cosa potrei fare”. Questo è un inganno, un’illusione. La cosa principale è quindi rimanere in quella situazione. Dire “eccomi” vuol dire dunque che io non sto fuggendo nei miei deliri, nella mia illusione. Credo che sia molto importante questa dimensione della pazienza. Perché sintetizza la condizione del cristiano nella storia. Deve essere accolta come via normale di maturazione, in attesa dell’incontro con il veniente, con colui che ci darà la pienezza. La pazienza è la fermezza che fa restare quello che si è, qualsiasi cosa succeda, la pazienza del contadino. La pazienza di attendere, non importa se a lungo.

La seconda via di guarigione è la stabilità. Intesa come diceva san Benedetto, questo rimanere stabili dentro soprattutto. Anche se poi richiede una stabilità nel tempo e traduce in fondo la pazienza. Rimanere stabile è già una risposta.

C’è poi una stabilità nello spazio naturalmente, per non fuggire lo spazio che ci circonda. Perché anche questa sarebbe, secondo i Padri del deserto, una fuga da se stessi. Dice un detto dei Padri del deserto: “Va’, rimani nella tua cella e la tua cella ti insegnerà ogni cosa”. Questo si traduce in una stabilità del cuore perché si crea comunione con gli altri. Una cosa è fuggire quando c’è difficoltà di relazione, altro è affrontarla ed approfondire quella relazione. Si diventa più maturi e la relazione stessa diventa più bella quando ha superato una certa fatica, una certa difficoltà. Anche la stabilità nello spazio è importante.

La quarta dimensione è la preghiera, vissuta soprattutto come preghiera semplice: la preghiera fatta nell’attesa deve essere semplice, a volte fatta con le lacrime. Evagrio dice: “Invoca il Signore nella notte con lacrime e nessuno si accorga che stai pregando, e troverai grazia”. Qui il richiamo alle lacrime è fondamentale perché le lacrime sono l’espressione di un passaggio da una tristezza negativa ad una tristezza secondo Dio. Ci sono due tipi di tristezza. Uno può essere veramente scoraggiato, senza speranza, nella depressione più nera, oppure triste perché consapevole dei propri limiti ma fiducioso al massimo della misericordia e dell’amore di Dio. Le lacrime segnano questo passaggio da una tristezza senza Dio a una tristezza secondo Dio. È la famosa contrizione del cuore, che è un’esperienza spirituale fortissima, perché le lacrime ci fanno prendere coscienza delle nostre ferite più intime, ma quelle ferite non sono causa per rimanere ripiegato su me stesso, incartato, ma il luogo della mia povertà per cui mi apro di più a Dio proprio in quella situazione. Mi ricordo p. Tomáš Špidlík, che è venuto anche qui per un incontro con voi. Avete conosciuto questo patriarca stupendo. Lui mi raccontò una volta per farmi capire cos’è la contrizione del cuore, la tristezza secondo Dio, l’episodio di un signore che era andato via di casa. Un signore che si ubriacava, maltrattava la moglie e che ad un certo punto se ne era andato con un’altra donna. Dopo anni la moglie ritrova il marito per strada che era diventato un barbone. Lo prende, lo porta a casa, lo ripulisce, gli dà da mangiare, lo cura come se niente fosse. E lui, diceva padre p. Špidlík, passa i suoi giorni guardando sua moglie e piangendo. Questa è la tristezza secondo Dio, il dolore di sentire che è una situazione di limite, di peccato, ma di sentirsi amato. Il frutto delle lacrime nasce proprio dall’esperienza della misericordia che faccio su di me. Ma è importante che ci sia una preghiera semplice. La preghiera del cuore qui può andare bene. Conoscete i “Racconti del pellegrino russo”? La preghiera potrebbe essere allora: “Gesù abbi pietà di me che sono un peccatore”. Perché siccome l’accidia porta a sviluppare un pensiero complicato e a ricamarci sopra, non devo fare preghiere troppo impegnative, ma una preghiera semplice, affettiva, che mi aiuti ad andare avanti.

C’è poi il tema della vigilanza, molto importante nel vangelo. È una parola che torna tantissime volte. Ci facevo caso: nel vangelo non si usa mai la parola virtù, non c’è la parola difetto, non c’è esame di coscienza, ma più volte troviamo “siate vigilanti”. Questa è la condizione di fondo della vita cristiana, perché occorre avere questo atteggiamento che previene le situazioni. Essere attenti, essere svegli, non addormentarsi nella vita perché il sonno, lo sappiamo, è simbolo del peccato, dell’addormentarsi, del non accogliere il Signore. Custodire il cuore: che ci sia un portinaio davanti al cuore per non far entrare certi pensieri.

Il sesto rimedio è la memoria della morte, avere la coscienza della morte, la consapevolezza che la vita è qualcosa che va vissuta come pellegrino. Devo avere questa coscienza della mia fragilità e della mia mortalità. Questa è un’arma contro la tiepidezza. Se non sbaglio è Mozart che dice: “Non c’è stato giorno della mia vita che io non abbia pensato alla morte”, come chiave di interpretazione della vita. Questo è molto bello, non ha niente a che fare con pensieri tristi e brutti, ma è per vivere con pienezza l’oggi, perché la luce per l’oggi la devo attingere dall’eternità, dalla vita eterna.

L’altro rimedio è stato già citato, è l’apertura del cuore al padre spirituale. Che ci sia questa trasparenza, questo non avere pieghe dove nascondersi e dove nascondere gli altri, ma avere questa limpidezza e questa fiducia perché da solo non posso discernere tutti i pensieri che mi vengono e in che direzione stanno andando.

L’ultimo rimedio è il lavoro. Il lavoro è fondamentale. Sono andato a trovare un eremita due anni fa e lui mi ha fatto vedere che sta ricostruendo il suo eremo vicino Cascia. Sta facendo un lavoro con la pietra di bellezza straordinaria. È stato bello vedere la passione con la quale faceva questo lavoro, l’amore, l’entusiasmo. Il lavoro ha una grande funzione di guarigione, naturalmente se commisurato alle proprie forze. Anche qui non ci deve essere esagerazione. Evagrio dice: “Fissati una misura in ogni lavoro e non abbandonarlo prima di averlo portato a termine”. Ma con una misura, perché se si esagera si finisce di nuovo fuori pista. Il lavoro vissuto con serenità è un mezzo per vincere l’accidia. Si racconta di sant’Antonio abate: “Un giorno il santo padre Antonio, mentre sedeva nel deserto, fu preso da sconforto, da accidia e da fitta tenebra di pensieri e diceva a Dio: O Signore, io voglio salvarmi, ma i miei pensieri me lo impediscono, che posso fare nella mia afflizione? Ora, sporgendosi un poco, Antonio vede un altro come lui che sta seduto e lavora, poi interrompe il lavoro, si alza in piedi e prega. Poi di nuovo si mette seduto ad intrecciare le corde e poi ancora si alza e prega. Era un angelo del Signore mandato per correggere Antonio e dargli forza. E udì l’angelo che diceva: Fai così e sarai salvo. E all’udire queste parole fu preso da grande gioia e coraggio. Così fece e si salvò”. Quindi l’armonia tra il lavoro e la preghiera. La misura giusta nel lavorare e nel pregare.

Come vedete non c’è niente di straordinario nei rimedi proposti, sono mezzi che già conosciamo e che vanno vissuti con molta costanza e fedeltà. Perché come ogni cura funzionano se c’è la fedeltà.

Domanda del pubblico

- Che valore hanno in questo la vita nella Chiesa ed i sacramenti? Chi è che opera la guarigione?

- Don Angelo: Cristo. Noi abbiamo fatto la parte più esterna, ma la guarigione è operata dalla relazione viva con il Signore. Qui la fede ha una grande valenza perché si tratta di portare avanti un’amicizia reale con il Signore che viene vissuta in questi momenti sacramentali molto importanti. Il discorso che abbiamo fatto noi questa sera porta poi a questa dimensione risolutiva: chi mi guarisce è Lui, il medico è Cristo. È importante che ci sia questa speranza forte da vivere nell’incontro, da persona a persona. Ma qui è già avvenuto un superamento della “philautìa”, dell’eccessivo innamoramento per noi stessi, c’è già un uscire fuori. Qui l’incontro con Gesù Cristo diventa veramente un incontro di salvezza. È importante: sempre d’accordo con il padre spirituale, perché non diventi una formalità! A me aiuta molto dire sempre: “Cerca di desiderare l’incontro, quando celebri un sacramento”. Se vai a celebrare l’Eucarestia, già prima di entrare in chiesa di’ espressamente al Signore che lo vuoi incontrare. Sembra una cosa piccola ma cambia quella celebrazione. Così anche nella confessione: non perché la devo fare, ma perché veramente voglio incontrare il Signore, la sua misericordia, il suo perdono. Pensiamo un attimo a tutti quei segni bellissimi nel battesimo, di vittoria sulla morte che andrebbero ripresi in questi momenti per recuperare la speranza, la gioia. Ci sono tanti momenti del rito del battesimo nei quali si vede chiaramente che c’è una vittoria da sviluppare, nel quotidiano della vita che vince la morte. A me ha aiutato molto il desiderare l’incontro con il Signore. È molto bella quell’espressione: “Io sono la vita”, detta da Cristo. Anche lì non ci consegna una dottrina, un sistema religioso.

Da Gregorio Magno, Commento al Primo libro dei Re V,103,3

Anche il vizio dell'acedia - cioè il tedio del cuore - può essere scacciato se si pensa sempre ai beni celesti. È impossibile infatti per l'anima provare tedio se contempla con gioia dei beni così grandi.