Dalla Sacra Scrittura
SCHEDA N. 15 – “LA NECESSITÀ DEL DIALOGO”
1Cor 14,26: “… Tutto avvenga per l’edificazione”.
Dallo Statuto e Direttorio
Ogni consacrato è chiamato a favorire la vita comunitaria, a dare il suo contributo per creare un clima di fraternità, a sentirsi responsabile della fedeltà dei fratelli. Ci si sostenga e incoraggi sempre, sia con l'esempio nel coltivare le virtù, sia con la fedeltà agli impegni assunti, sia con la preghiera assidua e vicendevole (2.5.1 St.).
Nella vita comunitaria si collabori in modo responsabile, attivo, positivo, concreto e pacifico. Anche nei momenti difficili, si ricerchi il dialogo sereno, disponibile, costruttivo, ma anche sobrio, umile e paziente, per cercare di capire quello che il Signore chiede e comprendere i fratelli. Si spengano le eccessive preoccupazioni e si rimanga in pace ricordando che la Comunità è del Signore (2.5.1 Dir.).
Proposta di approfondimento
Come nei confronti del Signore, il dialogo fraterno inizia dall’ascolto.
La vita divina è pura relazione di amore, è il totale ordinarsi di ogni Persona all’altra in un dialogo continuo di amore. In sé la vita divina è completa, perfetta, non ha bisogno di altro. Ma la grazia divina ha voluto introdurre gli uomini nel seno stesso della Trinità, ha voluto farli partecipi di quelle relazioni che costituiscono le divine Persone.
La vita spirituale del cristiano è veramente partecipazione alla vita divina, che si è aperta a noi con la rivelazione di Dio: “Egli liberamente è uscito dal suo silenzio e ha aperto un dialogo esplicito e diretto con l’uomo, scegliendolo come interlocutore personale” (Catechismo degli adulti, 44). Quindi la vita spirituale è essenzialmente un rapporto, un invito ad uscire da se stessi, dal proprio egoismo, dal ripiegamento su di sé e ad accorgersi che c’è un Altro, quindi un invito ad accogliere l’amore. È Dio che può stabilire il rapporto, è sua l’iniziativa del dialogo e si manifesta in una chiamata che l’uomo deve ascoltare, cui deve rispondere. Il rapporto è stabilito dal Figlio che si è fatto uomo, per “conversare” con gli uomini, peccatori, e per comunicare loro la vita di Dio: il discepolo è chiamato figlio. Noi siamo figli nel Figlio per contemplare eternamente il volto del Padre.
La conseguenza dell’essere voluti “uno” nel Figlio, Gesù Cristo, è l’unione fra noi. La vita di unione e di dialogo con Dio progredisce insieme alla nostra tensione a diventare tutti “uno solo”, attraverso un dialogo che diventa la caratteristica dei rapporti vicendevoli: di famiglia, della vera amicizia, della vita di comunità. “Per coltivare buone relazioni umane bisogna favorire i valori veramente umani, anzitutto l’arte di convivere e del cooperare fraternamente e di instaurare un dialogo” (Decreto conciliare sull’apostolato dei laici, 29).
Gesù non ha temuto di dialogare con Nicodemo, con Zaccheo, con la donna samaritana (“In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che stesse a discorrere con una donna”, Gv 4,27), con i pubblicani e i peccatori: agli scribi e ai farisei, e perfino talvolta ai suoi discepoli sembrava che questa disponibilità fosse una perdita di tempo. Ma Gesù non ha receduto, ha parlato sempre con tutti. Si è chiuso nel silenzio solo davanti ad Erode: “Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla” (Lc 23,9).
“Non si conosce una persona come fosse un oggetto, osservando e calcolando. Nel suo nucleo più intimo, può essere conosciuta solo se si esprime liberamente, se comunica agli altri i suoi sentimenti e le sue intenzioni, i suoi pensieri e le sue decisioni, in un dialogo fatto di parole e di azione, cioè in una storia concreta. Mentre i segreti della natura vengono raggiunti dall’esterno con l’osservazione scientifica, il segreto proprio di un soggetto cosciente e libero si apre dall’interno, per la via dell’autotestimonianza” (Catechismo degli adulti, 44).
Come nei confronti del Signore, il dialogo fraterno inizia dall’ascolto. Ascoltare è più difficile e necessario che parlare. Ognuno di noi tende a far valere il proprio giudizio, il proprio modo di vedere le cose. Saper ascoltare significa far capire che si è lì per l’altro, totalmente: solo per lui, come se non ci fosse altro pensiero nella mente e nel cuore. Ascoltare significa sacrificio di sé: non essere più noi al centro, essere disposti a verificare e a sacrificare le nostre convinzioni e i nostri gusti personali.
- Da Andrea Gasparino, Una spiritualità per il dialogo
Quando s’inceppa la carità, è sempre per una causa semplicissima: si è arrestato il dialogo: Che cosa fare? È semplicissimo: si ritorna al dialogo. È la benzina del motore, non dobbiamo farci illusioni. La nostra carità sta in piedi perché si dialoga e finché si dialoga; cala, s’inceppa e si arresta quando non si dialoga. È il dialogo l’anima della nostra carità; è il dialogo il bisogno essenziale della nostra carità. Non allarmiamoci troppo quando la carità si arresta: con una buona volontà di dialogo la carità può riprendere. È il grande segreto della vita, è la chiave maneggiabile da tutti quelli che hanno buona volontà.
Dal Magistero dei papi
- Catechesi di Papa Francesco nell’udienza del 22 ottobre 2016, durante il Giubileo straordinario della misericordia
MISERICORDIA E DIALOGO
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il brano del Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato (cfr. 4,6-15) narra l’incontro di Gesù con una donna samaritana. Ciò che colpisce di questo incontro è il dialogo molto serrato tra la donna e Gesù. Questo oggi ci permette di sottolineare un aspetto molto importante della misericordia, che è proprio il dialogo.
Il dialogo permette alle persone di conoscersi e di comprendere le esigenze gli uni degli altri. Anzitutto, esso è un segno di grande rispetto, perché pone le persone in atteggiamento di ascolto e nella condizione di recepire gli aspetti migliori dell’interlocutore. In secondo luogo, il dialogo è espressione di carità, perché, pur non ignorando le differenze, può aiutare a ricercare e condividere il bene comune. Inoltre, il dialogo ci invita a porci dinanzi all’altro vedendolo come un dono di Dio, che ci interpella e ci chiede di essere riconosciuto.
Molte volte noi non incontriamo i fratelli, pur vivendo loro accanto, soprattutto quando facciamo prevalere la nostra posizione su quella dell’altro. Non dialoghiamo quando non ascoltiamo abbastanza oppure tendiamo a interrompere l’altro per dimostrare di avere ragione. Ma quante volte, quante volte stiamo ascoltando una persona, la fermiamo e diciamo: “No! No! Non è così!“ e non lasciamo che la persona finisca di spiegare quello che vuole dire. E questo impedisce il dialogo: questa è aggressione. Il vero dialogo, invece, necessita di momenti di silenzio, in cui cogliere il dono straordinario della presenza di Dio nel fratello.
Cari fratelli e sorelle, dialogare aiuta le persone a umanizzare i rapporti e a superare le incomprensioni. C’è tanto bisogno di dialogo nelle nostre famiglie, e come si risolverebbero più facilmente le questioni se si imparasse ad ascoltarsi vicendevolmente! È così nel rapporto tra marito e moglie, e tra genitori e figli. Quanto aiuto può venire anche dal dialogo tra gli insegnanti e i loro alunni; oppure tra dirigenti e operai, per scoprire le esigenze migliori del lavoro.
Di dialogo vive anche la Chiesa con gli uomini e le donne di ogni tempo, per comprendere le necessità che sono nel cuore di ogni persona e per contribuire alla realizzazione del bene comune. Pensiamo al grande dono del creato e alla responsabilità che tutti abbiamo di salvaguardare la nostra casa comune: il dialogo su un tema così centrale è un’esigenza ineludibile. Pensiamo al dialogo tra le religioni, per scoprire la verità profonda della loro missione in mezzo agli uomini, e per contribuire alla costruzione della pace e di una rete di rispetto e di fraternità (cfr. Enc. Laudato si’, 201).
Per concludere, tutte le forme di dialogo sono espressione della grande esigenza di amore di Dio, che a tutti va incontro e in ognuno pone un seme della sua bontà, perché possa collaborare alla sua opera creatrice. Il dialogo abbatte i muri delle divisioni e delle incomprensioni; crea ponti di comunicazione e non consente che alcuno si isoli, rinchiudendosi nel proprio piccolo mondo. Non dimenticatevi: dialogare è ascoltare quello che mi dice l’altro e dire con mitezza quello che penso io. Se le cose vanno così, la famiglia, il quartiere, il posto di lavoro saranno migliori. Ma se io non lascio che l’altro dica tutto quello che ha nel cuore e incomincio ad urlare – oggi si urla tanto – non andrà a buon fine questo rapporto tra noi; non andrà a buon fine il rapporto fra marito e moglie, tra genitori e figli. Ascoltare, spiegare, con mitezza, non abbaiare all’altro, non urlare, ma avere un cuore aperto.
Gesù ben conosceva quello che c’era nel cuore della samaritana, una grande peccatrice; ciononostante non le ha negato di potersi esprimere, l’ha lasciata parlare fino alla fine, ed è entrato poco alla volta nel mistero della sua vita. Questo insegnamento vale anche per noi. Attraverso il dialogo, possiamo far crescere i segni della misericordia di Dio e renderli strumento di accoglienza e rispetto.
A) Per lo svolgimento dell’assemblea di Cenacolo/Delegazione o l’incontro di vita comune.
SCHEDA N. 14 – “LA COMUNITÀ È UNA FAMIGLIA SPIRITUALE”
Dalla Sacra Scrittura
Gv 13,1-17: “… Anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri…”.
Dallo Statuto
La Comunità, suscitata dallo Spirito Santo come unica famiglia, si arricchisce di diversi doni, concessi da Dio ai suoi membri; questi sono uniti dalla consacrazione come fondamentale e personale risposta alla grazia del battesimo (2.1).
Proposta di approfondimento
L’amore del prossimo si manifesta efficace nella appartenenza ad una concreta
comunità, che si proporziona alle nostre effettive possibilità di amore.
L’uomo non potrebbe trovare Dio senza sentirsi membro di una famiglia. Dio è Padre, Egli chiama ciascuno, e lo fa degnandosi di computarlo nel numero dei suoi figli: in Lui ci si trova ad essere uniti a tanti fratelli.
La famiglia dei credenti in Cristo nasce e si rigenera dalla Mensa del Signore, dalla santa Eucaristia, in cui Egli a ciascuno dona totalmente se stesso. È una famiglia non generata dalla carne e dal sangue, ma da Dio; anzi, si può dire, non dalla carne e dal sangue dell’uomo, ma dalla carne e dal sangue di Cristo.
A questa unione sovrannaturale, realizzata, concessa, donata da Cristo, ci si consegna e ci si assoggetta, con le proprie energie, preferenze e speranze. È un bene da conservare con cura gelosa e sempre da realizzare nel cuore e nella concretezza delle situazioni, consapevoli che il progresso di uno porta avanti tutti gli altri, e al contrario uno che si ferma fa arrestare tutti. Il sentirci uniti nella preghiera, comporta una reale fusione; la stessa preghiera liturgica è l’atto del singolo che viene in qualche modo fuso nell’opera di tutti, atto dell’uno e l’atto dell’altro, atto unico di tutti.
L’unità in una comunità, come nella famiglia, è la prova dell’amore per Dio ed è il segno più certo della sua presenza; ma sappiamo che è un bene sempre minacciato dai nostri egoismi. C’è un cammino da fare verso di essa, che dia prova della nostra fede e della nostra speranza, che dia sincerità alla nostra supplica, all’invocazione dell’energia dello Spirito Santo. Tutti i passi che si possono fare potranno ottenere i grandi doni dello Spirito. La fede e la carità non sono pura e semplice passività, richiedono il dono e il sacrificio di sé: in particolare lo spirito di piccolezza, l’assenza di pretesa e di giudizio, anzi la disposizione sempre più abituale a fare misericordia; la capacità di mettere in comune tutto quello che può essere di beneficio per gli altri; la semplicità dello sguardo interiore che, distogliendosi da ogni confronto, in tutto guarda diritto a Dio e alla sua volontà, cercando di piacere a lui solo; la volontà di prevenirsi a vicenda nel rendersi onore (cfr. Rom 12,10), di esortarsi discretamente e servirsi a vicenda, non di essere serviti; sapersi fare ascoltatori dello Spirito che si crede parli a ciascuno dei fratelli, perciò il disarmo totale, con la rinuncia costante ai progetti propri da sostenere, a favore della realizzazione del disegno di Dio. Piccoli atti di buona volontà in queste direzioni possono essere pietre dell’edificio che lo Spirito Santo edifica.
L’espressione “famiglia spirituale”, o “sovrannaturale”, richiama l’esperienza religiosa di cui fu padre san Benedetto. I valori delle comunità religiose in senso stretto possono essere rapportati, per analogia o per estensione, alla vita di fede di tutta la comunità cristiana e delle sue varie espressioni, dove i cristiani si affiancano in un cammino di vita secondo il Vangelo. La comunità particolare è un insieme organico di cristiani che, in obbedienza al Signore, intendono aiutarsi per meglio attendere alla loro vocazione divina.
Sembra necessario attingere da san Benedetto il significato più profondo e più vero di “famiglia spirituale”, per non rischiare di fermarsi ad un’apparenza esterna di comunità. Per lui la comunità è la “scuola del servizio divino”, è il luogo “di emendamento dal male, di obbedienza che ripara l’allontanamento da Dio a causa dell’accidia della disobbedienza”, è “la via per giungere ad abitare nel tabernacolo del Signore”, “per meritare di vedere, nel suo regno, Colui che ci ha chiamati”. La “familiarità spirituale” ha questo fine ultimo per i suoi membri, tende instancabilmente al raggiungimento di questa meta, l’uno per l’altro; essa è vissuta da coloro che sanno di dovere rendere conto dei fratelli, come di se stessi, davanti al giudizio di Dio.
- Dalla “Regola” di San Benedetto, Prologo
Il Signore, rivolto alla moltitudine degli uomini, cerca il suo operaio e dice: Chi vuole la vita e desidera che i suoi giorni trascorrano beati? Se tu, che questo intendi, rispondi: Io lo voglio; Iddio ti dice: Se vuoi possedere la vera e perpetua vita, vieta alla tua lingua il male e le tue labbra non pronunzino menzogna; fuggi dal male e fa’ il bene; cerca la pace e seguila. … Ecco, perché ci ama, ci mostra il cammino della vita. … Si tratta perciò di preparare il cuore e il nostro corpo a militare nell’obbedienza santa dei comandamenti; e ciò che in noi la natura non può dare, preghiamo il Signore che ci soccorra con l’aiuto della sua grazia. …
Dobbiamo dunque istituire una scuola di servizio divino e speriamo, nel farlo, di non avere a stabilire nulla di gravoso e di pesante. Ma dovesse anche seguirne qualche cosa di più rigoroso, suggerito da una giusta considerazione per l’emendazione dei vizi e per la conservazione della carità, non lasciare subito, impaurito, la via della salvezza, che non si può intraprendere se non per un ingresso stretto. Col progresso poi della vita spirituale e della fede, dilatato il cuore, con indicibile soavità d’amore, si corre la via dei comandamenti di Dio. …
- Da “La vita fraterna in comunità”, della Congregazione per istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, nn. 27-28
Per favorire la comunione degli spiriti e dei cuori di coloro che sono chiamati a vivere assieme in una comunità, sembra utile richiamare la necessità di coltivare le qualità richieste in tutte le relazioni umane: educazione, gentilezza, sincerità, controllo di sé, delicatezza, senso dell’umorismo e spirito di condivisione.
I documenti del Magistero di questi anni sono ricchi di suggerimenti e segnalazioni utili alla convivenza comunitaria, quali: la lieta semplicità, la chiarezza e la fiducia reciproca, la capacità di dialogo, l’adesione sincera ad una benefica disciplina comunitaria.
Non bisogna dimenticare infine che la pace e il gusto di stare insieme restano uno dei segni del Regno di Dio. La gioia di vivere pur in mezzo alle difficoltà del cammino umano e spirituale e alle noie quotidiane, fa parte già del Regno. Questa gioia è frutto dello Spirito e abbraccia la semplicità dell'esistenza e il tessuto monotono del quotidiano. Una fraternità senza gioia è una fraternità che si spegne. Ben presto i membri saranno tentati di cercare altrove ciò che non possono trovare a casa loro. Una fraternità ricca di gioia è un vero dono dell’Alto ai fratelli che sanno chiederlo e che sanno accettarsi impegnandosi nella vita fraterna con fiducia nell’azione dello Spirito. Si realizzano così le parole del Salmo: «Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme... Là il Signore dona la benedizione e la vita per sempre» (Sal 133,1-3), perché quando vivono insieme fraternamente, si riuniscono nell’assemblea della Chiesa, si sentono concordi nella carità e in un solo volere. …
Dal Magistero dei papi
- Catechesi di Papa Benedetto XVI all’udienza generale del 29 marzo 2006
IL DONO DELLA "COMUNIONE"
Cari fratelli e sorelle,
attraverso il ministero apostolico la Chiesa, comunità radunata dal Figlio di Dio venuto nella carne, vivrà nel succedersi dei tempi edificando e nutrendo la comunione in Cristo e nello Spirito, alla quale tutti sono chiamati e nella quale possono fare esperienza della salvezza donata dal Padre. I Dodici - come dice il papa Clemente, terzo Successore di Pietro, alla fine del I secolo - ebbero cura, infatti, di costituirsi dei successori (cfr. Lettera di Clemente, 42,4), affinché la missione loro affidata continuasse dopo la loro morte. Nel corso dei secoli la Chiesa, organicamente strutturata sotto la guida dei legittimi Pastori, ha così continuato a vivere nel mondo come mistero di comunione, nel quale si rispecchia in qualche misura la stessa comunione trinitaria, il mistero di Dio stesso.
Già l’apostolo Paolo accenna a questa suprema sorgente trinitaria, quando augura ai suoi cristiani: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2Cor 13,13). Queste parole, probabile eco del culto della Chiesa nascente, evidenziano come il dono gratuito dell’amore del Padre in Gesù Cristo si realizzi e si esprima nella comunione attuata dallo Spirito Santo. Questa interpretazione, basata sullo stretto parallelismo che il testo stabilisce fra i tre genitivi (“la grazia del Signore Gesù Cristo… l’amore di Dio… e la comunione dello Spirito Santo”), presenta la “comunione” come dono specifico dello Spirito, frutto dell’amore donato da Dio Padre e della grazia offerta dal Signore Gesù.
Peraltro, il contesto immediato, caratterizzato dall’insistenza sulla comunione fraterna, ci orienta a vedere nella “koinonía” dello Spirito Santo non solo la “partecipazione” alla vita divina quasi singolarmente, ognuno per sé, ma anche logicamente la “comunione” tra i credenti che lo Spirito stesso suscita come suo artefice e principale agente (cfr. Fil 2,1). Si potrebbe affermare che grazia, amore e comunione, riferiti rispettivamente al Cristo, al Padre e allo Spirito, sono aspetti diversi dell’unica azione divina per la nostra salvezza, azione che crea la Chiesa e fa della Chiesa - come dice san Cipriano nel III secolo – “un popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (De Orat. Dom., 23, cit. in Lumen gentium, 4).
L’idea della comunione come partecipazione alla vita trinitaria è illuminata con particolare intensità nel Vangelo di Giovanni, dove la comunione d’amore che lega il Figlio al Padre e agli uomini è al tempo stesso il modello e la sorgente della comunione fraterna, che deve unire i discepoli fra loro: “Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Gv 15,12; cfr. 13,34). “Che essi siano uno, come noi siamo uno” (Gv 17,21.22). Quindi, comunione degli uomini col Dio Trinitario e comunione degli uomini tra loro. Nel tempo del pellegrinaggio terreno il discepolo, mediante la comunione col Figlio, può già partecipare della vita divina di Lui e del Padre: “La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo” (1Gv 1,3). Questa vita di comunione con Dio e fra noi è la finalità propria dell’annuncio del Vangelo, la finalità della conversione al cristianesimo: “Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi” (1Gv 1,2). Quindi, questa duplice comunione con Dio e tra di noi è inseparabile. Dove si distrugge la comunione con Dio, che è comunione col Padre, col Figlio e con lo Spirito Santo, si distrugge anche la radice e la sorgente della comunione fra di noi. E dove non viene vissuta la comunione fra di noi, anche la comunione col Dio Trinitario non è viva e vera, come abbiamo sentito.
Adesso facciamo un ulteriore passo. La comunione - frutto dello Spirito Santo - è nutrita dal Pane eucaristico (cfr. 1Cor 10,16-17) e si esprime nelle relazioni fraterne, in una sorta di anticipazione del mondo futuro. Nell’Eucaristia Gesù ci nutre, ci unisce con Sé, con il Padre, con lo Spirito Santo e tra di noi, e questa rete di unità che abbraccia il mondo è un’anticipazione del mondo futuro in questo nostro tempo. Proprio così, essendo anticipazione del mondo futuro, la comunione è un dono anche con conseguenze molto reali, ci fa uscire dalle nostre solitudini, dalle chiusure in noi stessi, e ci rende partecipi dell’amore che ci unisce a Dio e fra di noi. È facile comprendere quanto grande sia questo dono, se solo pensiamo alle frammentazioni e ai conflitti che affliggono le relazioni fra i singoli, i gruppi e i popoli interi. E se non c’è il dono dell’unità nello Spirito Santo, la frammentazione dell’umanità è inevitabile. La “comunione” è veramente la buona novella, il rimedio donatoci dal Signore contro la solitudine che oggi minaccia tutti, il dono prezioso che ci fa sentire accolti e amati in Dio, nell’unità del suo Popolo radunato nel nome della Trinità; è la luce che fa risplendere la Chiesa come segno innalzato fra i popoli: “Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri”
(1Gv 1,6s).
La Chiesa si rivela così, nonostante tutte le fragilità umane che appartengono alla sua fisionomia storica, una meravigliosa creazione d’amore, fatta per rendere Cristo vicino a ogni uomo e a ogni donna che voglia veramente incontrarlo, fino alla fine dei tempi. E nella Chiesa il Signore rimane sempre contemporaneo con noi. La Scrittura non è una cosa del passato. Il Signore non parla nel passato ma parla nel presente, parla oggi con noi, ci dà luce, ci mostra la strada della vita, ci dà comunione e così ci prepara e ci apre alla pace.
