SCHEDA N. 4 – “IL PRIMATO DELLE VIRTÙ TEOLOGALI”


Dalla Sacra Scrittura

1Cor 13,13: “Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità; ma la più grande di tutte è la carità!”.


Dal Direttorio

“Con il Battesimo il fedele è morto al peccato e consacrato a Dio” (Conc. Ec. Vat. II, Lumen gentium, 44). La consacrazione nella Comunità, con cui ognuno dona se stesso interamente al Signore, nasce dall’esigenza di vivere consapevolmente, come risposta di amore, il proprio Battesimo (1.1 § 4). 


Proposta di approfondimento

Le virtù umane si radicano nelle virtù teologali.

L’agire morale del cristiano è fondato, animato e caratterizzato dalle virtù teologali.

Le virtù teologali, che sono la fede, la speranza e la carità, si riferiscono direttamente a Dio, nascono da Dio e di Lui sono dono increato e infuso nell’uomo con il Battesimo. Esse dispongono i cristiani a vivere in relazione con la Santissima Trinità, facendoli  partecipi  della natura divina; li rendono capaci di agire quali figli di Dio e meritare la vita eterna. Sono il pegno della presenza e dell’azione dello Spirito Santo nelle facoltà dell’uomo  (cfr. Catechismo della Chiesa cattolica, 1812-1813).

Noi  cristiani  viviamo  come  in  due  mondi:  col  mondo  di   quaggiù   entriamo   in   rapporto mediante i sensi; con  il  mondo  di  Dio  attraverso  i  nuovi  organi  che  Dio  ci  dona  con  le  virtù teologali. Con la morte fisica, la vita spirituale iniziata quaggiù continua e diviene pienezza di  vita. Affermare  il  primato  delle  virtù  teologali  vuol  dire,  dunque,  vivere   già   in   questo   mondo   la vita eterna, la vera vita, la più piena, la più perfetta. “Uniti al nostro Salvatore attraverso la fede, la speranza e la carità, fatichiamo su questa terra per riposare già con Cristo in cielo” (Sant’Agostino).

Le virtù teologali impegnano ad una purificazione continua e totale, mediante la grazia che trasfigura l’attività umana di volontà nella carità divina. Esse sono l’oggetto principale della nostra testimonianza di cristiani e di consacrati. Non è tanto l’atto esterno che prima di tutto Dio ci comanda, ma l’atto interno, che è sempre un’adesione alla sua verità ed è un’obbedienza alla sua volontà di amore.

L’esercizio delle virtù teologali si vive con la preghiera: essa stabilisce quell’unico rapporto nel quale sono contenuti tutti gli altri.

La fede è la virtù teologale per la quale noi crediamo in Dio e a tutto ciò che egli ci ha detto e rivelato, e che la Santa Chiesa ci propone da credere, perché egli è la stessa verità.

La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il Regno dei cieli  e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo.

La carità è la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa per se stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio (cfr. Catechismo della Chiesa cattolica, 1814- 1829).

San Tommaso spiega: “Poiché le tre virtù teologali hanno in comune l’oggetto, non può dirsi una superiore all’altra per superiorità di oggetto, ma solo per minore o maggiore vicinanza all’oggetto. Per questo la carità è superiore alle altre. Le altre infatti importano per loro natura una certa distanza dall’oggetto: la fede riguarda misteri non visti, la speranza non posseduti; invece l’amore riguarda ciò che già si ha”.


Dal Magistero dei papi

- Dal Messaggio della Quaresima 2013 di papa Benedetto XVI

CREDERE NELLA CARITÀ SUSCITA CARITÀ

Cari fratelli e sorelle,

la celebrazione della Quaresima, nel contesto dell’Anno della fede, ci offre una preziosa occasione per meditare sul rapporto tra fede e carità: tra il credere in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, e l’amore, che è frutto dell’azione dello Spirito Santo e ci guida in un cammino di dedizione verso Dio e verso gli altri.

La fede come risposta all’amore di Dio

Già nella mia prima Enciclica  ho  offerto  qualche  elemento  per  cogliere  lo  stretto  legame  tra queste  due  virtù  teologali,  la  fede  e  la  carità.  Partendo  dalla  fondamentale  affermazione dell’apostolo  Giovanni:  «Abbiamo  conosciuto  e  creduto  l'amore  che  Dio  ha  in  noi»  (1Gv  4,16), ricordavo che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva... Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr. 1Gv 4,10), l’amore adesso non è più solo un “comandamento”, ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro» (Deus caritas est, 1).  La  fede  costituisce  quella  personale  adesione  -  che  include  tutte  le  nostre  facoltà  -   alla rivelazione  dell'amore  gratuito  e  «appassionato»  che  Dio  ha  per   noi   e  che   si   manifesta  pienamente in  Gesù  Cristo.  L’incontro  con  Dio  Amore  che  chiama  in  causa  non  solo  il  cuore,  ma  anche l’intelletto: «Il riconoscimento del Dio vivente è una via verso l’amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento nell’atto totalizzante dell’amore. Questo però è un processo che rimane continuamente in cammino: l’amore non è mai “concluso” e completato» (ibid., 17). Da qui deriva per tutti i cristiani e, in particolare, per gli «operatori della carità», la necessità della fede, di quell’«incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l’amore e apra il loro animo all’altro, così che per loro l’amore del prossimo non sia più un comandamento imposto per così dire dall’esterno, ma una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell’amore» (ibid., 31a). Il cristiano è una persona conquistata dall’amore di Cristo e perciò, mosso da questo amore - «l’amore di Cristo ci possiede» (2Cor 5,14) -,  è  aperto  in  modo  profondo  e  concreto  all’amore  per  il  prossimo  (cfr. ibid.,  33).  Tale  atteggiamento   nasce   anzitutto   dalla   coscienza   di   essere   amati,   perdonati, addirittura serviti dal  Signore,  che  si  china  a  lavare  i  piedi  degli  Apostoli  e  offre  Se  stesso  sulla croce per attirare l’umanità nell’amore di Dio. …

La carità come vita nella fede

Tutta la vita cristiana è un rispondere all’amore di Dio. La prima risposta è appunto la fede come accoglienza piena di stupore e gratitudine di un’inaudita iniziativa divina che ci precede e ci sollecita. E il «sì» della fede segna l’inizio di una luminosa storia di amicizia con il Signore, che riempie e dà senso pieno a tutta la nostra esistenza. Dio però  non  si  accontenta  che  noi accogliamo il suo amore gratuito. Egli non si limita ad amarci, ma  vuole  attirarci  a  Sé, trasformarci in modo così profondo da portarci a dire con san Paolo: non sono  più  io  che  vivo, ma Cristo vive in me (cfr. Gal 2,20).

Quando noi lasciamo spazio all’amore di Dio, siamo resi simili a Lui,  partecipi  della  sua stessa carità. Aprirci al suo amore significa lasciare che Egli viva in noi  e ci  porti  ad amare con Lui, in Lui e come Lui; solo allora la nostra fede diventa veramente «operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6) ed Egli prende dimora in noi (cfr. 1Gv 4,12).

La fede è conoscere la verità e aderirvi (cfr. 1Tm 2,4); la carità è «camminare» nella verità (cfr. Ef 4,15). Con la fede si entra nell’amicizia con il Signore; con la carità si vive e si coltiva questa amicizia (cfr. Gv 15,14s). La fede ci fa accogliere il comandamento del Signore e Maestro; la carità ci dona la beatitudine di metterlo in pratica (cfr. Gv 13,13-17). Nella fede siamo generati come figli di Dio (cfr. Gv 1,12s); la carità ci fa perseverare concretamente nella figliolanza divina portando il frutto dello Spirito Santo (cfr. Gal 5,22). La fede ci fa riconoscere i doni che il Dio buono e generoso ci affida; la carità li fa fruttificare (cfr. Mt 25,14-30).

L’indissolubile intreccio tra fede e carità

Alla luce di quanto detto, risulta chiaro che  non  possiamo  mai  separare  o,  addirittura, opporre fede e carità. Queste due virtù teologali sono intimamente unite ed è fuorviante vedere tra di esse un contrasto o una «dialettica». Da un lato, infatti, è limitante l’atteggiamento di  chi mette in modo così forte l’accento sulla priorità e la decisività della fede da sottovalutare e quasi disprezzare le concrete opere della carità e ridurre questa a generico umanitarismo. Dall’altro, però, è altrettanto limitante sostenere un’esagerata supremazia della carità e della sua operosità, pensando che le opere sostituiscano la fede. Per una sana vita spirituale è necessario rifuggire sia dal fideismo che dall’attivismo moralista.

L’esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere, portando l'amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio. Nella Sacra Scrittura vediamo come lo zelo degli Apostoli per l’annuncio del Vangelo che suscita la fede è strettamente legato alla premura caritatevole riguardo al servizio verso i poveri (cfr. At 6,1-4). Nella Chiesa, contemplazione e azione, simboleggiate in certo qual modo dalle figure evangeliche delle sorelle Maria e Marta, devono coesistere e integrarsi (cfr. Lc 10,38-42).

La priorità spetta sempre al rapporto con Dio e la vera condivisione evangelica deve radicarsi nella fede. Talvolta si tende, infatti, a circoscrivere il termine «carità» alla solidarietà o al semplice aiuto umanitario. È importante, invece, ricordare che massima opera di carità è proprio l’evangelizzazione, ossia il «servizio della Parola». Non v’è azione più benefica, e quindi caritatevole, verso il prossimo che spezzare il pane della Parola di Dio, renderlo partecipe della Buona Notizia del Vangelo, introdurlo nel rapporto con Dio: l’evangelizzazione è la più alta e integrale promozione della persona umana. Come scrive il Servo di Dio Papa Paolo VI nell’Enciclica Populorum progressio, è l’annuncio di Cristo il primo e principale fattore di sviluppo (cfr. n. 16). È la verità originaria dell’amore di Dio per noi, vissuta e annunciata, che apre la nostra esistenza ad accogliere questo amore e rende possibile lo sviluppo integrale dell’umanità e di ogni uomo (cfr. Enc. Caritas in veritate, 8).

In sostanza, tutto parte dall’Amore e tende all’Amore. L’amore gratuito di Dio ci è reso noto mediante l’annuncio del Vangelo. Se lo accogliamo con fede, riceviamo quel primo ed indispensabile contatto col divino capace di farci «innamorare dell’Amore», per poi dimorare e crescere in questo Amore e comunicarlo con gioia agli altri. …

Priorità della fede, primato della carità

Come ogni dono di Dio, fede e carità riconducono  all’azione  dell’unico  e  medesimo  Spirito Santo (cfr. 1Cor 13), quello Spirito che in noi grida «Abbà! Padre» (Gal 4,6), e che ci fa dire: «Gesù è il Signore!» (1Cor 12,3) e «Maranatha!» (1Cor 16,22; Ap 22,20). La fede, dono e risposta, ci fa conoscere la verità di Cristo come Amore incarnato e crocifisso, piena e perfetta adesione alla volontà del Padre e infinita misericordia divina verso il prossimo; la fede radica nel cuore e nella mente la ferma convinzione che proprio questo Amore è l'unica realtà vittoriosa sul male e sulla morte. La fede ci invita a guardare al futuro con la virtù della speranza, nell’attesa fiduciosa che la vittoria dell’amore di Cristo giunga  alla  sua  pienezza. Da  parte sua, la carità ci fa entrare nell’amore di Dio manifestato in Cristo, ci fa aderire in modo personale ed esistenziale al donarsi totale e senza riserve di Gesù al Padre e ai fratelli. Infondendo in noi la carità, lo Spirito Santo ci rende partecipi della dedizione propria di Gesù: filiale verso Dio e fraterna verso  ogni uomo (cfr. Rm 5,5).

Il rapporto che esiste tra queste  due  virtù  è  analogo  a  quello  tra  due  Sacramenti fondamentali della Chiesa: il Battesimo e l’Eucaristia. Il Battesimo (sacramentum fidei) precede l’Eucaristia (sacramentum caritatis), ma è orientato ad  essa,  che  costituisce  la  pienezza  del cammino cristiano. In modo analogo, la fede precede la carità,  ma  si  rivela  genuina  solo  se  è coronata da essa. Tutto parte dall’umile accoglienza della fede («il sapersi amati da Dio»), ma deve giungere alla verità della carità («il saper amare Dio e il prossimo»), che rimane per sempre, come compimento di tutte le virtù (cfr. 1Cor 13,13).